No, non è gelosia: al Teatro Manzoni di Busto debutta lo spettacolo tratto da Ettore Scola
Per una settimana la compagnia Teatro in mostra ha affinato la piéce che debutta in prima assoluta: storia di una impossibile storia d'amore a tre, nella Milano degli anni Settanta
Una commedia divertente, con un pizzico di malinconia, un ritorno agli anni Settanta, tra grandi speranze e paure metropolitane: debutta al Teatro Manzoni di Busto Arsizio, venerdì 28 aprile 2023, “No, non è la gelosia”, spettacolo tratto da un film di Ettore Scola.
Un triangolo amoroso, sullo sfondo di una grande città negli anni in cui il boom economico si esauriva e si affacciavano nuove tensioni. Se il film di Scola era ambientato a Roma, qui lo sfondo è quello delle periferie di Milano, del Giambellino e della Barona. Sul palco del Manzoni – che ha ospitato una settimana di prove della compagnia Teatro in mostra – un intreccio di tubi Innocenti e le scritte luminose evocano la metropoli di allora.
«L’adattamento è di Magdalena Barile, una valente drammaturga da anni quotata, responsabile dell’accademia di drammaturgia Paolo Grassi:» racconta il regista Massimiliano Cividati. «Ha cercato di mantenere lo spirito del film, trovando dei meccanismi che rendessero la vicenda non solo fruibile per un pubblico di cinquant’anni dopo ma anche per d un luogo diverso, quello del teatro. Un ottimo lavoro di compressione ma anche di valorizzazione di sfumature meno leggibili nel film: un vero adattamento, che ha reso semplice qualcosa che era più complesso nel film. E semplice non vuol dire superficiale ma di più immediata comprensione. Il pubblico potrà sorridere con loro e sentite un pizzico di malinconica amarezza».
Sul palco ci sono Laura Negretti nella parte che fu di Monica Vitti, Gustavo La Volpe nel ruolo che era di Marcello Mastroianni, Sasha Olivero nella parte che interpretava Giancarlo Giannini. (nella foto un momento delle prove).
In questa settimana prima del debutto del 28 aprile che lavoro si è fatto? Cosa significa allestire uno spettacolo? «Si cerca di capire quali sono gli ingredienti che hai sul tavolo, gli attori quanto il testo, quanto l’idea di spazio, cercando un equilibrio valorizzando gli elementi che ognuno puoi portare. Loro sono un gruppo molto generoso, non è stato difficile lavorare insieme. Questa è la fase un po’ più faticosa perche devi prendere misure con lo spazio e per rendere questa “macchina” adattabile anche ad altre sale o alle piazze. Bisognerà trovare un equilibrio perché il gruppo sappia muoversi nell’interpretazione in uno spazio più protetto come questo tanto quando in luoghi più “ruspanti” come sono le piazze all’aperto. Poi fondamentale sarà il contatto con il pubblico, per prender una misura che oggi possiamo solo ipotizzare. Sempre per usare una metafora di cucina, serve il tempo per la lievitazione»
[leofot id=1412925].
Come in una classica commedia, lo spettacolo presenta i personaggi per poi entrare nel vivo: «un’ora e mezza in progressiva accelerazione» dice il regista. Un ruolo ha la colonna sonora: «Dal punto di vista sonoro volevamo creare un vero e proprio salto indietro nel tempo».
Lo spettacolo è un tuffo nelle atmosfere anni Settanta, anche se con uno sguardo che richiama anche temi dell’oggi: «Gli elementi di attualizzazione sono soprattutto nel testo: alcuni spunti di riflessione che erano solo dei semi – la minaccia all’ambiente, il tema della parità – oggi si assumono un significato nuovo perché abbiamo una sensibilità diversa. Ma il tema centrale resta una impossibile storia d’amore, l’incapacità dei tre personaggi di scegliere. Perché forse si è più innamorati dell’idea di amore che di una persona. O perché si ha più bisogno di essere amati».
Sul palco la scenografia è essenziale, allusiva, mobile per descrivere le diverse scene cambiando solo pochi elementi.
È la magia del teatro che inventa spazi e fa viaggiare la fantasia. «Sappiamo già che ci sarà una sala piena. importante specie in questo periodo. Quando vediamo le sale che si riempiono, capiamo che sia uno spazio da difendere. Nessun abbonamento a Netflix può sostituire quello spazio di condivisione che è il teatro. Non ancora, dico cautamente: la speranza che per quanto in continuo adattamento questo dialogo tra attori e pubblico sia ancora necessario».
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