“Ecco i miei ‘eroi’ del contrabbando”

C'erano una volta Luis Canùn il top driver, Tonino e il colonnello Musto. La loro storia raccontata da un grande cronista: Pierfausto Vedani

La mia famiglia ha sempre mantenuto un bel rapporto con Varese dove il ramo paterno aveva profonde radici e parenti in quantità, ma quando nell’ottobre del 1942 Milano  subì il primo bombardamento aereo, a malincuore sfollammo a Camerlata di Como, dove c’erano gli stabilimenti della grande  azienda tessile della quale papà Silvio era dirigente.
Fu così che ebbi compagni di adolescenza e gioventù anche non pochi ragazzi che  nel duro dopoguerra, quasi sempre per necessità, sarebbero diventati  contrabbandieri.
Alcuni, trascorsi gli anni e  diventato io cronista de “ La Provincia”, me li sarei ritrovati  “clienti”.

Leggendo, con grande divertimento, le storie di confine raccontate a Roberto Rotondo dall’ex maresciallo Salvatore Boeddu sono   riaffiorati alla mente episodi, volti, situazioni di quel mondo che ho ben conosciuto e che aveva un preciso ambito territoriale:  si estendeva dai boschi della Maiocca  sopra Ponte Chiasso sino a Drezzo, lungo la rete di  uno dei più violati confini d’Italia, teatro ogni notte dell’anno di  agguati,  inseguimenti, catture ma anche silenziose intese, sequestri di bricolle con  immutabili protagonisti finanzieri e spalloni.

L’  “andare in rete” era il primo passo nella carriera di contrabbandiere, se poi uno dimostrava di saperci fare al volante di un’auto allora passava alla “ sezione trasporti” dove avrebbe ingaggiato mitici duelli con gli assi  delle Fiamme Gialle  sulle direttrici per Milano.

Nelle  notti d’estate, dopo la chiusura dei bar ,la  rotonda di Camerlata  vedeva l’afflusso di  un notevole pubblico  che almeno due  o tre volte alla settimana sia pure per pochi secondi  si godeva le acrobazie  di contrabbandieri con le potenti Lancia B 20 – e di finanzieri con  i magici “Alfoni” 1900. Non si è mai ribaltato nessuno, l’urlo della sirena annunciava il loro arrivo, tre la possibilità di fuga: Varese, Milano, Cantù e chi azzeccava, a velocità pazzesca, la curva  era quasi certo di avere partita vinta. Duelli all’insegna della lealtà: nessuna manovra folle per evitare l’arresto.

In rete le cose  non andavano diversamente: poteva  accadere che se i finanzieri erano  in netta inferiorità numerica la colonna degli spalloni dopo il tradizionale alt lasciasse  sul terreno qualche bricolla prima di allontanarsi  velocemente. Ma ci furono anche episodi tragici: la legge permetteva l’uso delle armi  quando  si intimava l’alt  e accadeva che, nelle intenzioni sparato in aria, qualche colpo uccidesse un contrabbandiere.

Tutto finì quando a comandare le Legione  di Como, Sondrio e Varese arrivò – siamo all’inizio degli anni 60 – il colonnello  Musto: proibì l’ uso  delle  armi anche perché “uccidere un contrabbandiere  significa uccidere un alpino”. Gli spalloni non cambiarono mestiere, ma i rapporti tra i contendenti furono ancora  più.. sportivi;  anche la  popolazione,  storicamente non tifosa delle Fiamme Gialle, cominciò a valutare diversamente il servizio che esse svolgevano.

In quegli anni il tabacco “teneva” ancora bene sul  mercato, ma le  novità incalzavano. Un giorno a un valico stradale in una intercapedine di un’auto decisamente anonima i finanzieri  trovarono parecchi milioni destinati a una banca svizzera; l’auto era guidata da Tonino, che conoscevo da anni. Fu una notizia sulla quale si buttarono giornali e tv . Quando Tonino fu rilasciato mi avvicinò e quietamente mi rinfacciò di avere scritto un sacco di inesattezze. Mi diede la sua versione dei fatti. A volte le istituzioni  ci difendono commettendo errori gravi. Da quel giorno come cronista  sono stato più prudente.

La fine del periodo romantico del contrabbando fu determinata anche dalle avanguardie della malavita organizzata.
Me lo confidò, desolato,  il  “Luis Canùn”, incontrato nel 1974  al Catasto di Como. “ Luigi fai ancora viaggi ?” “No, vendo  auto usate. Il nostro ambiente è finito, altra gente, tutti bastardi e violenti, non potevo più viverci.”
“Luis Canùn” abitava a 100 metri da casa mia: a volte, alle 4 del mattino ci si incrociava: io arrivavo dal giornale, lui da Milano o da Torino dove aveva portato bricolle. Era un top driver, come si dice oggi. Riconosceva la mia auto, abbassava il finestrino, sporgeva  il braccio e alzava il pollice: tutto bene..

Luigi ha smesso, per mafia, prima della vecchiaia, per molti altri ragazzi, miei amici , la “rete”degli Anni 50 è stata  una sorta di  salvagente che si sono lasciati alle spalle non appena hanno trovato lavoro. Anche i quattro che, durante una mia  visita al laboratorio della “Bassani” nel carcere di san Donnino, dopo un roboante corale  “buongiorno!”  agli ospiti, mi dedicarono un affettuoso e sonoro “ciao!” che mi indusse a guardare con un  pizzico di preoccupazione il procuratore della Repubblica, dottor De Simone. Sul suo volto vidi solo divertimento puro: sapeva tutto di me. E, come tanti altri magistrati, sapeva benissimo che il carcere per chi veniva pizzicato con più di 15 chili di sigarette era una pena iniqua. Adesso si sequestra, si ammazza,  dopo pochi anni si è fuori. E la chiamano democrazia.

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Pubblicato il 05 Agosto 2007
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