Storia di una regista emigrante, alla ricerca dei sogni
Silvia Gallini, in gara al festival dei Cortisonici, ci racconta il suo "american dream"
Tra i tanti film in concorso alla rassegna dei Cortisonici, in pieno svolgimento in queste ore, c’è un corto di provenienza statunitense, "Feathers". Ma il nome della regista non è proprio anglofono: Silvia Gallini. Questo perché la storia di questa regista, una giovanissima di 27 anni, è la storia di un "ritorno da emigrante" decisamente bella. Silvia, infatti, è di Varese, anche se da due anni vive a Los Angeles. Vive lì perche studia alla Ucla (l’Università della California) seguendo un programma di studi centralizzato sul cinema e sulla sceneggiatura, e dove ha potuto seguire diversi stage prestigiosi. Prima del grande viaggio oltreoceano, ha studiato alla Cattolica di Milano e poi ha lavorato per diverso tempo per alcuni sceneggiatori di Cattleya, un’importante società di produzione con sede a Roma. Poi, paradossalmente, l’idea di aver bisogno di "cambiare aria" è emersa durante il test d’ingresso per il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma.
Perchè? Ce lo spiega in questa intervista, a poche ore dalla proiezione del suo cortometraggio in concorso.
Come è nata la tua voglia di studiare a Los Angeles?
«Avevo tra le mani il test di ingresso per il Centro sperimentale», racconta, «Che consisteva in cinque o sei pagine di nomi di personalità, che spaziavano dai registi ai personaggi storici, come Gesù. Ci veniva richiesto di dare un voto ad ogni personaggio. Non so perché, ma in quel momento avevo capito che avevo bisogno di un’esperienza nuova, completamente diversa. Ho dovuto andare negli Usa per ritrovarmi, per ritrovare fiducia in me stessa».
Che differenze di mentalità hai trovato, nel tuo settore, tra Stati Uniti e Italia?
«Ho sempre ricevuto un tappeto rosso per il semplice motivo di essere italiana, non ho incontrato una persona che non avesse il sogno di visitare il nostro paese, perché noi italiani abbiamo tutto: la solarità, la semplicità, la ricchezza culturale. L’unica cosa che ci manca è solo una apertura mentale verso il gioco. Gli americani sono come dei "bambinoni", credono nei sogni e li inseguono. Mettono da parte l’orgoglio e inseguono i progetti, basta pensare che alcuni di loro decidono di cambiare completamente vita e mestiere anche a cinquant’anni».
Questo significa che c’è stata più fiducia nei tuoi progetti?
«Molte volte in Italia sentivo che le mie aspirazioni venivano fermate, bloccate. Negli Stati Uniti c’è molto più rispetto per le aspettative dei giovani, per i loro sogni. Ora ho ritrovato fiducia nelle mie aspettative, praticamente mi sento pronta a "ritornare"».
Solo che un conto è avere fiducia nei nostri progetti, un conto trovare qualcun altro che l’abbia quanto noi. Credi che in Italia ci sia spazio per le aspirazioni dei giovani registi?
«Io credo di sì, ci sono diverse realtà indipendenti che credono nei progetti e nei nuovi registi, nei nuovi scrittori. Ma la prima cosa che dobbiamo fare è credere in noi».
Di sicuro un primo sogno l’hai realizzato, ed è questo cortometraggio. Come è nato e cosa racconta?
«Il cortometraggio è nato per un corso semestrale alla Ucla e la sua storia è quella di un salto. Io ho sempre avuto l’impressione di vivere su un albero, di essere come un uccellino che vive su un nido e che si deve gettare, prima o poi, in volo dall’albero. Così parlando con un’amica, che poi è un’attrice del cortometraggio stesso, abbiamo deciso di rappresentare proprio questo. Siamo io e lei che viviamo su un albero e dobbiamo saltar giù. A Studio City abbiamo registrato tutto su un albero gigante, alto tre piani. Il film è costato poco per essere un cortometraggio, 3mila dollari. Poi abbiamo cercato il montatore ed ecco tutto, alla Ucla è stato un successo».
E come è arrivato fino a Cortisonici?
«Ero tornata in Italia nel periodo di Natale e diversi amici mi avevano già segnalato questo festival molto interessante. Poi ne ho parlato anche con Lorenzo Bertocchini (Apple Pirates, ndr) che ha realizzato il brano finale del cortometraggio, che ha fatto interpretare alla grande Ruth Gerson. Quindi abbiamo messo il film su un Dvd e l’abbiamo consegnato a Cortisonici. Ed è piaciuto, quindi eccomi qui, sono contenta di essere tornata, ho preso anche una bella ventata di primavera».
Quali sono le tue aspirazioni future, adesso?
«Questo primo cortometraggio per me è già un traguardo, perché ritornare in Italia con un lavoro, e dimostrare cosa ho potuto fare credendo in me stessa, è molto importante. Si tratta veramente di un grande onore, mi piace tornare qui a Varese con un mio lavoro. Poi ovviamente ho progetti per il futuro. C’è una sceneggiatura per un lungometraggio sulla quale sto lavorando da un anno, e nella quale credo molto».
Vuoi raccontarci qualcosa?
«Certo, tutto nasce da dei diari di una ragazza realmente esistita in Olanda, che aveva proprio la mia età (27 anni) nel periodo dell’olocausto. In questo periodo lei riesce a portare avanti una crescita spirituale proprio nell’inferno, visto che lei è ebrea. Si tratta di una storia che amo veramente molto, ma per ora non svelo di più».
Silvia Gallini è qui in Italia solo per una toccata e fuga, poi tornerà a Los Angeles per terminare gli studi. Chi vuole ammirare questa sua "opera prima", insieme a quella degli altri registi che partecipano a Cortisonici non devono perdere lo screening di questa sera, venerdì 9 marzo. La "Seconda somministrazione" del concorso è in programma alle 21 al Cinema Nuovo. Per ulteriori informazioni, ecco il sito ufficiale.
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