“Teste rasate, aggressioni. Quando si capirà che tutti siamo nati da un atto d’amore?”

Angelo Castiglioni ospite del Comitato Antifascista bustese per una serata sul filo della memoria, con qualche incursione nel presente. La Resistenza, la tortura, il lager, ma anche Hiroshima e il lungo dopoguerra delle stragi impunite

Antifascismo, attualità di un termine desueto.. Da poco è passato l’8 settembre, e per ricordare cosa significa quella data, presunta "morte della Patria", o di una certa idea della medesima, il Comitato Antifascista cittadino ha chiamato a parlare presso il Passaparola di via Castelmorrone Angioletto Castiglioni: il custode del Tempio Civico bsustese, con i suoi 86 anni carichi delle esperienze forti e drammatiche della Seconda Guerra Mondiale. Una lezione di storia: perchè questa, come ricordava la giornalista Chiara Milani introducendo l’incontro, è fatta di storie. A confronto c’era chi ha visto la guerra e l’orrore e chi ha vissuto tempi più tranquilli – anche troppo tranquilli. La differenza c’è, si sente, negli interventi dei presenti: un Castiglioni che dall’alto dell’età, e con tutti moniti che può lanciare, risulta più ottimista di chi ha meno di metà dei suoi anni. Ormai ex giovani logorati da un’atmosfera politica mefitica per chi ha il cuore a sinistra («siamo in tempi di macelleria sociale», tuonerà Elis Ferracini); e un uomo anziano ma indomabile nella volontà di passare i suoi ricordi a chi vive i suoi anni verdi, in cui vede un forte interesse per le vicende del passato, chiave pewr evitarne gli errori. «Oggi vediamo teste rasate, aggressioni. Quando l’uomo capirà che tutti siamo nati da un atto d’amore? Comunque il popolo è sano, mi preoccupano, più che i singoli episodi di intolleranza di questi giorni, le stragi impunite».

Castiglioni racconta la sua giovinezza, quella di milioni di italiani cresciuti a pane e camicia nera. «Nel ’35 ero ragazzino: per noi la divisa da Balilla sembrava chissà cosa, faceva colpo sulle bambine. Scoppia la guerra con l’Etiopia, tutti in piazza ad ascoltare il duce. Inneggio anch’io: viva la guerra. Un adulto dietro di me mi dice: por fioeu (povero figliolo), te ne accorgerai di cos’è! Era un veterano della Grande Guerra». Nel ’43 Castiglioni ventenne è richiamato al servizio di leva. Lo spediscono a Taranto, presso il locale aeroporto. È il 25 luglio quando l’ufficiale di picchetto gli mette in mano pennello e secchio di vernice: «Vai e cancella tutte le scritte fasciste, mi disse. Cancellai, e da lì cominciò a schiarirsi un po’ quell’ombra nera che offuscava  il mio sguardo sul mondo». La fine è vicina: l’8 settembre scatta il "tutti a casa". Cinque giorni dopo a Busto Arsizio Angelo trova il caos più totale. Alla caserma Mara i tedeschi avevano un deposito della sussistenza: viene saccheggiato di tutto, dai viveri al vestiario fino alla stoffa grezza. «Sembrava una liberazione» dalla guerra e dai capoccioni in camicia nera. Invece i crucchi fanno piazza pulita: efficienti e organizzati, deportano in Germania tutti i militari ancora in circolazione e rimettono in sella i fascisti. Il giovane Angelo lavora alla ferramenta Marcora, che fa commesse per l’esercito di Hitler: ha così l’esenzione dal servizio, dalla deportazione prima, dai bandi d’arruolamento di Salò poi.

La Resistenza nasce dall’indignazione. È la strage di Meina, di cui subito si viene a sapere anche a Busto, che accende la miccia. «Hanno buttato nel lago anche i bambini, legati col fil di ferro… I corpicini venuti a galla li hanno bucati coi forconi per rimandarli a fondo…» L’orrendo delitto delle SS contro gli ebrei accende gli animi. Nasce la cospirazione. Nell’alta provincia il colonnello Croce si arrocca sul San Martino con i suoi patrioti, fin quando gli Stukas e i soldati nazifascisti non li sloggiano. A Busto Arsizio si trama e si raccolgono armi e vestiario per la montagna, si sciopera: i nazisti reprimono e deportano la commissione interna della Comerio.
Dopo un anno di doppia vita, operaio e partigiano, Angioletto Castiglioni è denunciato. Qualcuno che non doveva sapere ha saputo, le cinquemila lire, versione moderna dei trenta denari di Giuda, fanno gola. Gli scherani di regime, italiani e tedeschi, lo arrestano in fabbrica. In piazza Trento e Trieste, alla Casa del Fascio, dove oggi c’è il Liceo Artistico e domani ci sarà la Fondazione Blini, lo torturano per sette ore: lo picchiano, cercano di rompergli la schiena su un cavalletto. Ammanettato, i fascisti locali gli fanno pulire il suo sangue da terra con uno straccio tenuto in bocca. Una SS li ferma e gli offre persino una sigaretta. Questo non parla. Per ora.
Carcere. A Monza, dove ogni giorno si tortura e si fucila. Deportazione. Di Flossenbü



rg, atroce lager, Castiglioni dirà poco, ma quel poco lascia il segno. Flash dall’inferno, visioni subliminali da un regno di male metafisico. Gli occhi, i grandi occhi dei bambini che vanno in gas: «Li ho visti, e mi dicevano: perchè anch’io?» L’amico e concittadino Paolo Rudoni che con la mollica dell’ultimo poco pane si fa una croce da baciare prima di essere condotto anch’egli alla morte di chi più non serve al Reich del millennio, nemmeno come schiavo.

È sul dopoguerra che si anima il dibattito. «Ho odiato la società, per anni» confessa Castiglioni. «Non mi credevano, mi hanno anche messo in manicomio perchè raccontavo certe cose». Oggi è su un piedistallo che gli sta stretto, e coglie ogni occasione per dire quello che pensa. «Oggi parli di comitato antifascista, e i democratici si spaventano. Ma vuol dire offendere chi è caduto per la libertà, per salvare deportai ed ebrei» dice Castiglioni. Per il testimone degli anni più duri della storia d’Italia le ombre rimaste sono molte. «Ferruccio Parri, il comandante di noi partigiani, aveva fatto nel ’45 un governo per il popolo, non per i partiti. Non voleva rivedere i fascisti in Parlamento, si oppose all’ammissione dell’MSI. Dovette andarsene. La burocrazia di regime era rimasta al suo posto». Seguiranno le lotte del Sessantotto, lodate dall’ex partigiano come momento chiave per i diritti di tutti, poi nuove stagioni di terrore segreto, la strategia della tensione. L’impunità. Angelo ha un conto aperto con la giustizia, come con la memoria. Si chiede ancora, a voce alta, anche questa sera, perchè non vi sia mai stato un processo tipo Norimberga per le atomiche di Hiroshima e Nagasaki, crimini anch’essi figli in ultima analisi dell’odio razziale oltre che di calcoli politici ed economici. Ma quando nel dopoguerra, infermo in ospedale, gli sottoposero la domanda di grazia di uno dei suoi torturatori, dopo aver ricordato i compagni caduti, gli orfani, le vedove, ed essersi tormentato per giorni, la firmò. L’uomo aveva vinto la bestia, il cristiano il vendicatore. 

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 16 settembre 2009
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