Bossi: la scuola, prima tappa della devolution

Lo stato maggiore della Lega a convegno. Il senatùr gradirebbe il Ministero della pubblica istruzione

La scuola prima tappa della devolution. E il Ministero della pubblica istruzione a un leghista, magari l’onorevole gallaratese Giovanna Bianchi Clerici. Sono i due desiderata di Umberto Bossi, domenica mattina, al convegno sulla scuola organizzato dal partito. Il senatùr arriva quando già molti vorrebbero sedersi a tavola. "Scusate il ritardo, ero a giocare a basket con i miei figli". E sta tutto qua, il messaggio centrale del Bossi di oggi, riunito a convegno, alla Cascina Diodona di Malnate, insieme ai big varesini del suo partito, per parlare di scuola, di devoluzione, di antiglobalizzazione, di tradizioni locali.
Il capo leghista si presenta con i bambini, i figli dunque, il motore di un popolo giovane che non vuole scomparire di fronte all’attacco della globalizzazione imposta dalla grande finanza. I figli si fanno, si sta con loro, si crescono, si preparano ad affrontare il mondo globalizzato con l’imprinting – usa proprio questa parola –  delle loro tradizioni. Naturale che la scuola sia al centro delle preoccupazioni del partito. Oggi si celebra anche l’esperienza della scuola bosina di Varese. Quella voluta dal senatur, studiata per reintrodurre il dialetto nelle lezioni, esibita come simbolo di un legame sano tra famiglia, territorio e istruzione.
Bossi parla a braccio, ma tiene la scena per oltre un’ora, come suo costume. Attacca dalla crisi dello stato nazionale, minato alle fondamenta dagli interessi delle grandi lobby mondializzatrici, passa quindi a mordere l’Europa di Maastricht – voluta dal capitale e potenzialmente pericolosa per la sua tendenza a spostare i poteri nelle mani di poche elites – e poi ritorna a casa sua, a Varese, invocando la resistenza democratica del popolo al pensiero unico globalizzatore. Rispolvera categorie antiche per dare un colore al popolo: quella illuminista di "terzo stato", quella gramsciana di "produttori", e infine annuncia una nota positiva: il vento sta cambiando. Il pensiero unico, finita l’era Clinton, sta scricchiolando. Bush toglie fondi all’interruzione di gravidanza ("un grosso segnale"), le elezioni italiane si avvicinano e la sinistra dovrà dire da che parte sta. "Il giorno dopo aver vinto le elezioni – spiega – partirà la devoluzione, anche per la scuola, per restituire potere al basso, al territorio. Allora vedremo i sindacati e la sinistra cosa faranno. Secondo me getteranno la maschera e si schiereranno con l’alta finanza contro la lotta per la democrazia".
Il segretario federale instilla fiducia nei suoi, fa un’analisi positiva per la causa leghista. "Il popolo vuole democrazia, non c’é finanza che tenga". E poi ritorna alla scuola. Il luogo dove si deve tramandare la cultura di un territorio. Lo ripete tre volte, il verbo tramandare, quasi a far capire bene che si tratta di identità, che é di questo che si parla. E che la crisi dello stato nazionale, insieme a quella della scuola, del diritto positivo e anche della famiglia, mette in crisi proprio l’identità. Come non pensare al dialetto, allora? Bossi, su questo argomento, é quasi profetico: "Dicono che è morto – proclama – ma attenzione: a volte ciò che sembra scomparso é solo in ibernazione; i morti possono sempre ritornare, perché non si muore mai del tutto". Conclude con un monito: "Dovrete avere la capacità di essere varesini in tutto il mondo; la globalizzazione, se così dev’essere, implica radici". E con un aneddoto, proprio sulla politica legata alla formazione: "Conobbi il rettore Dionigi al laboratorio dell’università di Pavia. Io facevo le macchine elettromedicali, lui si occupava di tumori. Facevamo un buon lavoro, ma ci tolsero i finanziamenti per darli a cose di poco conto. Ecco, così si distrugge la scuola". Poi tutti a tavola, a parlare di elezioni.

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Pubblicato il 28 Gennaio 2001
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