Da artigiano a artista

Meticoloso, rapido e preciso, lo chiamarono il Grande Pignolo perché ai suoi tempi non c’era il computer. La cultura della decorazione nel segno di Galileo Chini

L’arte della decorazione risale nei millenni, è una delle più antiche forme di espressione dell’uomo. La si è trovata, risalente alla stessa epoca, a decine di migliaia di chilometri senza che tra le due culture ci potesse essere stato un contatto: infatti vasi decorati con lo stesso tema, la spirale, sono stati rinvenuti in Nuova Zelanda e a Creta.
La decorazione è un importante "accessorio" per altre forme d’arte, l’architettura in primo luogo; la sua pratica è molto difficile perché richiede doti di concentrazione, precisione, continuità.
Dice Piero Vignola: «Voi mi avete accostato al computer, ma credo che la perfezione assoluta sia della macchina, non dell’uomo, è un fatto però che mi abbiano definito il
Grande Pignolo e io mica mi sono mai offeso! D’altra parte nel nostro lavoro se non si è costanti nella precisione, se non ci si dedica con la massima attenzione a quello che si fa, poi i risultati sono inevitabilmente imperfetti».

Quando lei ha avuto la consapevolezza di essere diventato un artista?

Ecco, la scuola: che succede oggi alla decorazione e quali allievi lei ha formato?

Le istituzioni pubbliche non hanno soldi per la cultura..

La mano pubblica dà pochi soldi per la cultura, ma i privati?
«Ci sono quelli corretti e altri meno. L’onestà come l’intendo io è scarsissima».

La decorazione sembra in difficoltà: lei non ha creato allievi?

Ma nemmeno un allievo ha .. accontentato l’esigente Piero Vignola?

Un giudizio positivo per queste due allieve, ma dopo che è successo?
«
L’ ho già detto, i tempi sono cambiati ma il Gran Pignolo proprio no. Di giovani di talento ce ne saranno sicuramente, ma io non ho avuto la fortuna di incontrarli».

Le difficoltà del "mercato" della decorazione sono legate all’evoluzione del gusto, alla moda?

«Questi miei disegni non sono passati di moda e nemmeno io sono "passato" dal momento che ho lavorato sino a 86 anni. La decorazione è legata a singole realtà spesso tutte diverse come espressione culturale di epoche diverse». «Due donne: Simonetta Catella di Cantello e Liana Buzzi di Olgiate Comasco. Sono state un valido aiuto per diversi anni».«Io sono molto esigente, ho valutato giovani che aspiravano alla carriera di decoratore, a qualcuno ho consigliato di cambiare mestiere. Che non è fatto di sola tecnica, ma anche di spirito di sacrificio. Quando c’era da ritoccare il "Socrate", mitico bar di piazza Monte Grappa, io dovevo applicarmi per diverse notti di fila mentre di giorno ero atteso da altri lavori. E provi a immaginare l’impegno costituito dai quadranti dell’orologio di san Vittore rifatti in una settimana di dicembre: c’era un muratore che, a turno, scaldava i colori che dovevo usare e le mie mani».«Lo so, ci sono abituato. C’era Villa Tamagno da decorare, il presidente dell’ospedale Dante Trombetta mi disse che non c’erano soldi, gli proposi di fare una colletta tra noi amici.Io misi a disposizione un buon monte ore di lavoro».«Oggi c’è scarsa considerazione per l’attività, delicata e importante, dei decoratori. Quando io iniziai a lavorare, nel 1923, il decoratore percepiva un compenso pari a tre volte quello del muratore, io ho eseguito lavori importanti e ho terminato con una commessa di grande rilievo come la nuova decorazione delle pareti del Salone Estense. Un’opera pubblica per la mia città: ha prevalso nettamente il cuore varesino, l’amore per la nostra gente, per un edificio da tutti amato. Alla fine ho gradito i ringraziamenti di Fumagalli da poco sindaco; e sin dai tempi di Oldrini, che per me fu un fratello, tutti i primi cittadini mi hanno apprezzato. Il Salone Estense: anni di lavoro con un compenso orario che mi ha visto incassare molti soldi in meno rispetto al reale valore del mio impegno, ma per me contava soprattutto fare qualcosa di importante per la mia Varese».«Non me ne sono accorto, me lo hanno detto, non mi sono sentito cambiato. Io ho amato e rispettato sempre il mio lavoro ed ho cercato di cogliere ogni occasione di accrescimento. A Busto Arsizio per qualche anno ho potuto lavorare con Nello Maccari, che sarebbe morto in un incidente stradale, e certamente ho gradito e assimilato la sua tecnica e la sua cultura del disegno, che egli aveva recepito dal suo grande maestro, Galileo Chini.
E’ stata la mia attitudine al disegno che certamente mi ha arricchito, mi ha migliorato dal punto di vista
artistico. E delle mie capacità nel disegno me ne sono accorto da ragazzo, tanto che ho abbandonato la scuola quando ho constatato che i miei insegnanti mi boicottavano, per favorire se stessi, nei concorsi».

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Pubblicato il 17 Febbraio 2001
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