Lavoratori statali? I Vigili del Fuoco non ci stanno

Convivono con il rischio per salvare le persone. «Ma si parla di noi solo dopo le tragedie o quando sbagliamo». Parlano alcuni vigili del comando provinciale

Dopo la tragedia di Roma che ha visto morire nell’esplosione di una palazzina quattro vigili del fuoco si lavora sempre con lo stesso spirito? E qual è questo spirito? Comando provinciale di Varese. Antonio Selle, caporeparto in servizio da trent’anni, Patrizio Pucci caposquadra 18 anni e mezzo di servizio, Roberto Vanoni, caposquadra, 25 e Mario Trizio, vigile, dieci. Gli ultimi due sono figli d’arte, lo spirito del Corpo lo hanno respirato anche fra le mura di casa. E la passione è cominciata lì. Perché questo lavoro si fa con abnegazione, spiegano. «Lo spirito con cui si lavora è sempre lo stesso – dice Antonio Selle – la tragedia di Roma ci ha colpito perché ha rappresentato un fatto gravissimo». «E ci ha toccato perché quell’intervento, una fuga di gas, per noi è di routine – aggiunge Vanoni – ovvio pensare istintivamente poteva capitare a me». Ogni intervento possiede la sua dose di rischio, ma l’istinto a soccorrere prevale. E si lavora sempre così, anche di fronte a fatti che toccano da vicino. «Per svolgere questa professione ci vuole passione – racconta Trizio, il più giovane – io l’ho respirata nella quotidianità della casa, mio padre ha fatto lo stesso lavoro, girando per l’Italia per trentasette anni, e nonostante questo, l’entusiasmo continua a crescere con gli anni, anche al contatto con i tuoi compagni di squadra». Salvare la vita di qualcuno non è una prerogativa dei vigili del fuoco. Ma loro mettono a repentaglio la loro di vita. La soddisfazione e l’appagamento che ne ricavano riesce anche a colmare la consapevolezza di vivere un gap culturale rispetto ai paesi europei. «Facciamo notizia in rare occasioni, nelle tragedie che ci colpiscono oppure quando sbagliamo, per il resto siamo considerati lavoratori statali, negli Stati Uniti o in alcuni paesi europei, il Corpo dei vigili del fuoco è sentito come una parte importante dell’istituzione».

Eppure per qualsiasi problema i pompieri ci sono sempre. «E la gente si aspetta sempre il massimo da noi – dice Pucci – e non comprende anche le difficoltà di muoversi con i nostri mezzi pesanti in tempi rapidissimi su strade trafficate». La carenza di personale e di mezzi sono gli aspetti nagativi del lavoro. A questo ha contribuito anche l’hub di Malpensa, che ha risucchiato molte energie. La presenza minima presso lo scalo deve essere di venticinque unità. Chi ne soffre sono spesso e volentieri i distaccamenti periferici. Saronno e Somma Lombardo ne sanno qualcosa. «Sono i criteri di assunzione che non vanno – precisa Selle – assumere personale non del posto non è un’ottima scelta, ma non si tratta di discriminazione. Per quelli che vengono da fuori lo stato risolve solo il problema occupazionale, non quello della casa e quindi della famiglia. Il risultato è l’assenteismo, di l’organico provinciale risente». A scapito anche della formazione. Vigili non si diventa sui banchi di scuola, serve l’esperienza e avere formato una persona che poi si trasferisce significa ricominciare daccapo. Il bello del lavoro quotidiano? Rsponde Trizio: «L’imprevisto, ogni situazione è diversa da un’altra e occorre esercitare una buona dose di intuito, per valutare immediatamente la situazione che hai di fronte». Anche un po’ di improvvisazione non guasta, anche se rispetto al passato oggi ci sono le specializzazioni e allora i vigili diventano esperti di chimica, radiottività e quant’altro. I tuttologhi non esistono e neanche i kamikaze. Per essere il buon vigile del fuoco serve l’equilibrio fra intuito, improvvisazione, buona capacità di valutazione e l’istinto a tuffarsi subito dove c’è bisogno.

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Pubblicato il 04 Dicembre 2001
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