I taleban varesini spaccano l’Ulivo
Politica - Luca Perfetti, ex segretario provinciale del Ppi, analizza la situazione del centrosinistra varesino in vista delle amministrative
Anzitutto i fatti. Alle prime avvisaglie di possibile crisi della giunta Fumagalli, l’ex Sindaco di Varese, Raimondo Fassa, lanciò la sua proposta di governo della Città, chiamando a raccolta le forze della società civile e del centro-sinistra. Immediate ed autorevoli le adesioni. Marantelli e Adamoli, oggi consiglieri regionali, aderirono dalle colonne del quotidiano locale senza indugi.
Il seguito è noto: la giunta non cadde, l’esperienza di Fassa si trasformò in movimento, le elezioni si annunziano alla data fisiologica.
Altri fatti sono, nel frattempo, successi. L’Ulivo viene da cocenti sconfitte elettorali, le probabilità di vittoria a Varese sono molto basse, Lega e Polo sono saldamente alleati, le ragioni dell’opposizione in città sono assai poco visibili e i partiti che la compongono non sembrano particolarmente presenti in città. A questi fatti se ne unisce uno nuovo: Fassa ha reso pubblica la sua disponibilità a candidarsi, i DS vi hanno aderito e i Popolari, dimentichi delle autorevoli adesioni d’un tempo, si preparano a presentarsi fuori dall’Ulivo se Fassa sarà il candidato. L’Ulivo, quindi, rischia concretamente di presentarsi spaccato, con due candidati sindaci.
In realtà, chi conosca gli attori della "farsa" varesina avrebbe immaginato facilmente il testo del canovaccio sul quale recitano.
Gli americani illuministi
Dopo la caduta del sistema dei partiti della c.d. "prima Repubblica", la società civile ha prodotto una quantità di esponenti politici di matrice illuminista, dei quali Raimondo Fassa, che pure ha altre radici culturali, è il migliore e più intelligente. L’assunto fondamentale dal quale muovono è che occorra partire dai programmi e su questi costruire l’alleanza di tutte le persone che condividono il piano d’azione. Si tratta di un assunto che non può che essere condiviso. Tuttavia, lo accompagnano, solitamente, con l’idea che il programma cali dalla mente del candidato, sia un parto intellettuale, ed abbia, comunque, la funzione di semplificare il quadro politico, evitando si diluirlo nelle mille mediazioni delle segreterie politiche. Visto quel che mediamente queste ultime han prodotto negli ultimi tempi, potrebbe anche essere cosa buona. Tuttavia, un’impostazione simile è destinata a fallire, perché le segreterie stesse non sopportano d’essere smentite e, dopo le elezioni, che si vinca o si perda, inizia un’opera di indebolimento del programma e del leader che lo portano al disfacimento. Certo Fassa è un politico capace; ma non risulta che Prodi fosse un novellino; e sappiamo com’è andata.
Ovvio, quindi, che nell’animo degli illuministi, batta il grido di "avanti comunque" e se una segreteria non ci sta, pazienza. Con americano ottimismo ed illuminista certezza, i buoni vinceranno. Con evidente pregiudizio dell’Ulivo.
I talebani furbi
Sul fronte opposto, i talebani di partito, dell’identità. Oggi, impersonati dal gruppo dirigente del PPI. Per loro l’identità è al primo posto; la struttura di partito, la conservazione della tradizione, contenuti e riti dell’antico culto non si mediano; anzi, la ragione stessa che riunisce la tribù è l’appartenenza ad una data identità culturale e storica. Quindi, chiunque pretenda di allearsi con la tribù deve mostrare credenziali sufficienti ed esser pronto a ricevere il necessario battesimo. Se non lo accoglie, poi, ancor meglio. Scopo della tribù non è l’evangelizzazione, l’allargamento dei confini della tenda; piuttosto, è l’affermare la propria esistenza e sopravvivenza, amministrando in proprio gli antichi riti.
Tuttavia, non si tratta di un gruppo di sciocchi. Infatti, l’affermazione dell’identità è assoluta priorità fintanto che non sia conveniente il contrario. Se convenisse, davvero, l’alleanza con i diversi da sé, immediatamente verrebbe proposto l’altro assunto fondamentale, e cioè che il nemico infedele (Forza Italia, la Lega, gli stessi alleati, di volta in volta) è pericoloso per la sopravvivenza stessa dell’identità, è il nemico del bene comune. A quel punto l’alleanza diventa santa e, quindi, legittima. A Varese, tuttavia, l’alleanza perderebbe comunque, sicché si può pensare di correre da soli.
Anche qui, però, convenienza ed appartenenza si mischiano. Correre da soli se conviene. I talebani non sono schiocchi. E conviene a patto di poter presentare il simbolo della Margherita, che tanto bene sarebbe andato alle elezioni politiche.
Tuttavia, si trascura di considerare che la gran parte degli elettori della Margherita la votarono perché vi videro un tratto perdurante dell’Ulivo (era la lista di Rutelli, non erano i vecchi partiti, era il segno dell’Ulivo che non moriva). Sarebbero disponibili gli stessi elettori a votare la Margherita se questa fosse lo strumento di rottura dell’Ulivo? Ma non è la prospettiva dell’Ulivo ad interessare i talebani furbi; quel che importa è battere i DS, per spendersi poi il risultato a Varese o a Milano.
Con evidente pregiudizio dell’Ulivo.
Gli italiani togliattiani
Ci sono, poi, i DS. Da un decennio i Ds sono impegnati in un esercizio difficile: conservare intatta la struttura di partito e allearsi di volta in volta, fino a far scomparire il proprio simbolo, con ciò che emerge nella società civile. Il candidato ideale per i DS è un personaggio, popolare, affermato, che parli alla borghesia cittadina (ammesso che ci sia). Un candidato sostenuto da una lista civica, che apra a mondi "di centro" e che, poi, per inesperienza e mancanza di organizzazione, si appoggi sulla struttura DS. Il tatticismo (togliattiano?) spinge ad inglobare il nuovo nel partito, senza che il partito cambi. Un’operazione ai limiti dell’impossibile e che ha generato, negli anni, aspri tradimenti.
In questa prospettiva, l’Ulivo resta, ed anzi diventa il vessillo sotto il quale riunirsi (anche nella speranza di non contare i propri voti, confusi con quelli degli alleati), la mediazione ed il dialogo sono parole note; ma tutto pro domo propria.
I pacifisti
Del tutto fuori gioco, invece, o per scelta (come chi scrive) o per necessità, sono quelli che han creduto nella prospettiva dell’Ulivo come strategica. In questa logica non conta se si perde, non si è alleati solo se conviene; l’Ulivo è una prospettiva aperta, aperta anche al partito unico. Ed è tale non perché contino le formule politiche (la Margherita, la Cosa 2, semplici formule), ma il programma comune, la costruzione di una cultura comune.
Ma, forse, è questo che è mancato: la costruzione di una cultura comune.
Se Fassa vuol proseguire nel suo viaggio, forse, dovrebbe pensare proprio a questo, agli elementi di cultura comune che riuniscono gli appartenenti all’area dell’Ulivo in positivo, in dimensione costruttiva; e su questo lavorare. Oltre che, ma questa è tattica politica, sul fatto che la Margherita risulta avere più di una componente.
Ma, si sa, i pacifisti contano poco in tempo di guerra.
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