Teatro: la parola agli attori
Varese - Che impatto avrà sul territorio il nuovo teatro? Avrà la capacità di coagulare forze intorno ad un progetto culturale?
L’inaugurazione del nuovo teatro di piazza Repubblica è ormai alle porte. A distanza di mezzo secolo dall’abbattimento del Sociale di piazza Giovine Italia, Varese avrà nuovamente una sua struttura. Quale sarà il suo impatto sul territorio e quale sarà la sua capacità di coagulare forze intorno ad un progetto culturale, è ancora troppo presto per dirlo. Abbiamo chiesto ad attori professionisti e registi della nostra provincia, come vivono questa novità e quali possibili scenari si aprono per chi vive di teatro. Silvia Sartorio, attrice professionista, si è diplomata nel 1990 all’Accademia dei Filodrammatici di Milano. Ha lavorato per il Piccolo Teatro, l’Elfo, il Franco Parenti, i Filodrammatici e il Teatro Blu, per citare i più importanti. Negli ultimi anni ha svolto anche un’intensa attività didattica. Che impatto potrà avere il nuovo teatro sul territorio? «Intorno ad un teatro stabile si creano degli eventi. Il teatro muove molte persone, a partire da chi ci lavora. Si crea una macchina che dà vita a tante figure professionali, e non parlo solo degli attori, ma anche dei tecnici, che, dove non esistono teatri stabili, è difficilissimo reperire. Un esempio? Prendiamo un tecnico luci. Una compagnia che svolge la sua attività in provincia, dove non c’è un teatro, entra subito in crisi per reperire sul territorio una figura professionale formata ad hoc. Dovrà cercarla fuori, a Milano, magari sottraendola ad altre compagnie. Un teatro stabile crea queste figure, stimolando la crescita professionale degli addetti ai lavori. Inoltre favorisce la nascita di scuole di teatro professionali, evitando le migrazioni degli aspiranti attori in altre città, come fino ad oggi è avvenuto. Chiunque vada a Milano per intraprendere questa professione si accorge che le scuole di teatro sono tutte stracolme di allievi, perché molti vengono da fuori» E per il pubblico? «Il teatro stabile coprirà molte più serate e allora ai varesini non rimarrà la scelta obbligata di una sola stagione, con otto spettacoli, replicati per tre giorni ciascuno. Un’offerta, che per quanto fosse bilanciata dall’esperienza degli organizzatori, rimaneva povera per una città come la nostra. Passavano sette, otto compagnie e lasciavano solo un ricordo, per quanto bello fosse e se ne andavano come meteore. Con un teatro stabile si possono ospitare più eventi anche di respiro europeo. Se il lituano Necrosius passasse da Milano, potrebbe venire anche a Varese. Avere un teatro non soggetto a coabitazioni forzate dà più libertà di scelta agli organizzatori. Inoltre si può dare spazio a più compagnie, anche a quelle che nella stagione non entravano, perché non facevano botteghino. Sarà importante coinvolgere anche le scuole, con spettacoli nella fascia mattutina; e dare spazio alle compagnie locali per eventi particolari. Uno spazio teatrale stabile va sfruttato in tutte le sue potenzialità». Daniele Braiucca è attore professionista, autore e regista. Nei primi anni Ottanta è stato tra "i costituenti" del Teatro Città Murata di Como, collabora e insegna nelle principali realtà teatrali della provincia. In questi giorni è impegnato al Sociale di Como con "Riccardo, Riccardo, Riccardo", dal Riccardo III di Shakespeare. Come è stata accolta dagli attori varesini la costruzione del nuovo teatro? «Ad essere sincero con gioia, ma anche con molta incredulità. Ricordo ancora le discussioni, all’inizio degli anni Settanta, con le varie associazioni culturali della città sulla possibilità di avere nuovamente un teatro. Ora che si è fatto questo passo concreto, spero che la risposta del pubblico sia adeguata. Mi è capitato di parlarne con colleghi che lavorano fuori Varese, la loro risposta è stata positiva, ma al tempo stesso diffidente. Occorre coinvolgere più soggetti e più persone altrimenti può’ trasformarsi in un boomerang». Cosa intende con boomerang? «Che bisogna fare un lavoro sul pubblico. Non basta avere un teatro da riempire perché tutto funzioni. Occorre progettare le proposte e diversificarle. E’ un lavoro difficile che richiede tempo. La cultura teatrale di una città per sedimentarsi ha bisogno di tempo. A Como con il Teatro Città Murata ci siamo riusciti, ma, ripeto, con un lavoro protratto nel tempo. Bisogna coinvolgere le scuole con proposte adeguate. Portare spettacoli innovativi, sul modello dell’Elfo, che stimolino la voglia di teatro, proporre rassegne anche locali. Favorire sul territorio la nascita di scuole di teatro professionali. Non basta fare una rassegna come "Altri percorsi" in cui si propongono quattro monologhi».
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