Lo sciopero dedicato a Iqbal, martire per i diritti dei lavoratori

Luca Bertoni, fondatore dell'associazione Iqbal Masih di Tradate, oggi presidente della coop Lo stesso cielo, commenta la scelta del sindacato di dedicare al ragazzo pakistano lo sciopero generale

Lo hanno freddato con una raffica di mitra mentre tornava a casa in bicicletta. Iqbal Masih pagava così la "colpa" di non aver accettato la sua condizione di schiavo. Aveva solo dodici anni ed era diventato l’emblema del coraggio. Un sindacalista, malgrado la giovane età, che non pensava solo ai bambini, ma a tutti i lavoratori della sua terra, il Pakistan.
Luca Bertoni, da anni impegnato nella solidarietà internazionale e nel commercio equo e solidale, ricorda quei giorni di sette anni fa. «Avevamo fondato un piccolo gruppo che voleva impegnarsi sulle tematiche della solidarietà internazionale. Cercavamo un nome quando in quei giorni di Pasqua sentimmo le notizie di questo bambino morto per aver difeso i diritti dei lavoratori sfruttati in Pakistan. Subito decidemmo di intitolare a lui la nostra associazione».

Che effetto fa sentire che la più imponente manifestazione sindacale verrà dedicata proprio a Iqbal?
«Fa piacere. Anche se un po’ in ritardo è un segno di importante sensibilità».

Significa che sta cambiando qualcosa anche nel mondo sindacale?
«Credo di si. Iqbal è una figura non comune. La scelta di dedicare a lui questa importante manifestazione è positiva perché si da un respiro più ampio alle battaglie sindacali che guarda al di là delle cose di casa propria»

Come mai è stato scelto proprio Iqbal Masih?
«Certamente ha influenzato una situazione internazionale delicatissima. I recenti fatti in Medio Oriente, la guerra in Afghainstan non possono passare inosservate e ora emergono con forza problematiche fino a pochi anni fa sconosciute, tipo il lavoro minorile.  Iqbal è una figura dalla forte carica simbolica. Con lui si può vedere un martirio a cui molti popoli sono soggetti. Un martirio legato al suo coraggio, alla sua attività sindacale. Iqbal aveva preso coscienza e voleva riscattare i lavoratori da una condizione disumana. Aveva levato la sua voce e per questo è stato condannato a morte. La sua caparbietà lo aveva però fatto conoscere a un intero mondo perché la possibilità di girare il mondo l’ultimo anno della sua vita, ne aveva già fatto un emblema della battaglia contro le disumane condizioni in cui vivono interi popoli. La sua era una battaglia per la giustizia per i diritti. Un sindacato che voglia avere un ruolo da vero protagonista ha bisogno di simboli così forti. In Italia dai tempi del terrorismo, per fortuna, nessun sindacalista rischia più la propria vita per le proprie idee».

Che consiglio si può dare ai vertici sindacali per non far si che quella di domani resti solo una giornata di ricordo?
«Occorre una maggiore attenzione a quanto vivono i sindacati in altri paesi. Si fa già, ma occorre continuare perché non bastano le sole azioni diplomatiche. Il rapporto tra sindacati permette di conoscere la vera condizione dei cittadini e non solo quella ufficiale dei Governi. In un momento come questo sarebbe essenziale avere rapporti con il sindacato israeliano e palestinese per sapere come vedono il conflitto e cosa significa per quei popoli. Fermarsi solo al momento critico del conflitto non dà l’esatta percezione di come poi la gente viva in quei posti. Dobbiamo fare di più e per prima cosa occorre conoscere le vere situazioni»

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Pubblicato il 15 Aprile 2002
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