Mo e l’inferno Afgano

Amor di libro – Il grande inviato del Corriere salutato da un numeroso pubblico

Non è stata solo una replica. Il ritorno di Mo ad Amor di libro ha permesso al pubblico varesino di conoscere gli ultimi avvenimenti sull’Afghainstain. Un emozionato Federico Bianchessi ha raccolto il testimone che un anno fa ne tendone era stato di Claudio Del Frate ed ha presentato il popolare cronista inviato speciale del Corriere della sera. 
Mo si è subito buttato nella storia afgana e ha esordito chiedendo subito scusa al pubblico perché la fine del suo libro Kabul non risponde a come poi sono evoluti i fatti.
«Una mattina sono andato da De Bortoli e gli ho detto: "Ferruccio puoi licenziarmi in tronco". Come gli altri inviati avevamo sbagliato i tempi dell’avanzata dei Mujaheddin su Kabul, e così siamo rientrati a casa e dopo pochi giorni loro sono entrati nella capitale».

L’avvio di Mo fa capire subito la statura del personaggio. Nessun timore nell’affermare che il loro stare in Afghanistan, malgrado l’esperienza decennale, non era servita a molto. «Vedevamo quei guerriglieri stanchi e male armati. Ormai pensavamo che avrebbero portato l’attacco solo dopo l’inverno». Mo ha raccontato dei suoi incontri con Massoud e poi di come ha conosciuto quel paese che "non ha la pace nel Dna".
«Il mio lavoro è quello del cronista. Io vado in un posto, guardo quello che succede e racconto, non tocca poi a me fare commenti, per quelli ci sono i giornalisti della redazione».
E inizia così a raccontare le sue peripezie di vita prima di diventare quel grande inviato di guerra che oggi tutti conoscono. Fu Piero Ottone a decretare per primo la possibilità che Mo diventasse un giornalista. «Mi scrisse poche righe dove diceva che ero una persona atta a fare quella professione». Mo iniziò a lavorara per il Corriere a 30 a Londra dove faceva un po’ di tutto. restò nella capitale britannica per cinque anni e rientrato a Milano per uno stesso numero di anni si occupò di spettacolo. Solo nel 1979 la sua vita ebbe una svolta. «Il direttore mi chiese se avevo il passaporto e fui subito spedito in Iran per raccontare del rientro di Khomeini». Inizia così quella che sarà una delle carriere più rischiose, l’inviato di guerra. Da allora il piccolo Ettore Mo iniziò a raccontare paesi e storie di tanti paesi. Basterebbe ricordare il Tibet, la Cecenia, l’ex Jugoslavia, il Kurdistan, il Perù e certamente l’Afghainstain seguita in tante tappe da oltre vent’anni.
Un incontro molto sentito e il pubblico varesino ha dato una buona risposta con un salone Estense pieno di persone di tante età diverse.

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Pubblicato il 05 Maggio 2002
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