Rifugiato siriano rispedito in patria, indagine interna della polizia
Tensione nella Polaria. La Cgil: non scaricate la colpa su un solo agente
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C’è tensione tra gli agenti di polizia di Malpensa. La vicenda di Mohammad Said Al-Sahri, l’ingegnere siriano rimasto per cinque giorni in aeroporto e poi rispedito in patria, dove ad attenderlo c’è una condanna a morte, ha causato un’inchiesta interna del capo della polizia. Sulla vicenda interviene Flavio Nossa, segretario della camera del lavoro di Malpensa, uno dei principali fautori dello sportello per i richiedenti asilo. «L’inchiesta in corso mi preoccupa – racconta – non vorrei che si tentasse di scaricare tutta la responsabilità su qualche agente. Il problema è più complesso e meriterebbe una assunzione di responsabilità più forte». Il problema dei rifugiati politici e di come offrire loro il rispetto della nostra costituzione è un tema vecchio. Nossa ricorda quali potrebbero essere gli accorgimenti per rendere meno gravoso l’impegno della polizia. «A Fiumicino – spiega – l’ufficio del consiglio italiano rifugiati si trova prima del filtro doganale, gli stranieri si trovano così a diretto contatto con gli operatori. Inoltre, a Malpensa da giugno sono scomparsi i mediatori culturali e non sappiamo perché. In Italia manca una legge sui richiedenti asilo, nonostante ne parli la costituzione. Ma sarebbe anche utile che venisse consentito agli operatori del Cir l’ingresso ai locali dove vengono alloggiati i respinti». L’identificazione di un rifugiato politico si ottiene spesso grazie all’intervista di un operatore in abiti civili. Per questioni psicologiche facilmente intuibili, il contatto con militari e poliziotti a volte può essere un deterrente. L’esempio da seguire potrebbe essere quello di Fiumicino, dove frecce e cartelli in diverse lingue indicano ai passeggeri la postazione per fare domanda di asilo, prima di venire fermati dalle forze dell’ordine. |
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