Varesini in capo al mondo
Varese - Viaggio in Cile per conoscere la realtà sociale dei pescatori artigianali
È da poco rientrato dal Cile un nutrito gruppo di varesini che, aderendo alla proposta dell’Auser per un turismo responsabile, si è recato in quel paese dell’America latina con lo scopo di stabilire contatti con alcune realtà sociali e di valutare la possibilità di organizzare attività di sostegno a distanza. Dopo la sanguinosa parentesi della dittatura di Pinochet, a partire dal 1989 il Cile è tornato alla vita democratica ed è divenuto in breve uno dei paesi più avanzati del continente, con una economia in forte sviluppo ed una stabilità politica e istituzionale che favorisce scambi commerciali, culturali e turistici con il resto del mondo. Citata spesso come esempio dei positivi frutti del liberismo, l’economia cilena in realtà continua ad essere basata soprattutto sulla esportazione delle sue tradizionali materie prime (rame, legname, frutta e pesce) e risulta pertanto estremamente dipendente dall’andamento dei mercati internazionali. Oltre che su diversificate risorse naturali, il Cile può contare su manodopera qualificata, quadri manageriali di buon livello e una struttura amministrativa agile.
In ogni caso tutto ciò non lo salva da quello che è il male endemico dell’America latina: l’enorme disparità tra le classi sociali. Infatti l’80 per cento delle risorse è posseduto solo dal 10% della popolazione. All’interno della società cilena una particolare importanza riveste la questione della pesca artigianale. Infatti la pesca nel suo complesso è tra i settori principali dell’economia cilena e coinvolge circa 450mila persone, incluse le famiglie e l’indotto. Artigianali si definiscono i pescatori che escono in mare sulle proprie imbarcazioni o che hanno una attività autonoma rispetto alla pesca industriale; sono circa 60mila, distribuiti in oltre 400 calette lungo il Cile. Molte famiglie di pescatori artigianali vivono in condizioni precarie, in località isolate e prive di servizi essenziali. Altre vivono in calette urbane, ma con una situazione economica fluttuante e fortemente dipendente dalle condizioni del mare e della fauna marina. Negli ultimi decenni, con l’avvento della pesca industriale e l’introduzione dell’allevamento di salmoni su vasta scala (attività per nulla rispettose dell’equilibrio ecologico), le comunità costiere hanno visto ridursi drasticamente le risorse a disposizione. La pesca artigianale, fattore chiave per l’alimentazione nazionale cui fornisce il 90 per cento di prodotto, è organizzata in sindacati (408), cooperative (25) e associazioni di categoria (139). Oltre ai pescatori che escono in mare e ai buzos (sommozzatori che scendono sul fondo alla ricerca di crostacei e molluschi, il più delle volte con grandi rischi per l’inadeguatezza tecnica degli apparati di respirazione), trovano occupazione anche le donne: le encarnadoras, che preparano gli ami infilzando pezzetti di pesce sui mille uncini di ogni esca; e le algueras, che raccolgono alghe sulla battigia. Quando il mare è cattivo si sta fermi, anche per settimane.
(foto da sinistra: Mario Agostinelli, Aurelio Penna, Bruna Brambilla)
Il vero nemico della pesca artigianale però è rappresentato dalle grandi barche dell’industria peschiera che,violando le norme delle zone di rispetto, si sono lanciate sulle risorse idrobiologiche e prelevano il meglio delle proteine nobili, trasformandole per lo più in farina di pesce, destinata all’alimentazione di polli, maiali e salmoni d’allevamento. È questo il più visibile aspetto della via cilena alla globalizzazione, che ha portato alla pesca artigianale una serie di minacciosi attacchi. Tra questi, i processi politico-amministrativi, che tendono a privatizzare il patrimonio peschiero di proprietà comune a favore dei grandi gruppi, anche internazionali; la pressione della flotta industriale per operare all’interno delle 5 miglia protette e riservate alla pesca artigianale; l’estensione dell’allevamento intensivo dei salmoni; l’impatto dell’inquinamento di origine urbana e industriale. A fronte di questa situazione, è da tempo operante un intervento internazionale, che vede l’Italia seriamente impegnata con varie organizzazioni:è attualmente in fase di realizzazione un progetto finanziato dalla Regione Lombardia e gestito dal Cast (Centro per un Appropriato Sviluppo Tecnologico) di Laveno, in collaborazione con il Krene (Centro per la Ricerca e la Cooperazione Internazionale) di Busto Arsizio, con l’Auser-Varese (Autogestione Servizi e Solidarietà) e con il Centro Territoriale Permanente di Tradate o Eda (Centro Educazione degli Adulti).
Alcuni cooperanti italiani operano già da anni sul territorio. Controparte locale è la Conapach (Confederaciòn Nacional de Pescadores Artesanales de Chile) di Valparaiso. Obiettivo generale dell’intervento è quello di migliorare le condizioni di vita delle comunità costiere cilene attraverso la valorizzazione e il potenziamento di strumenti culturali idonei e favorire il loro processo di partecipazione alla gestione delle risorse ittiche e alla difesa dell’ecosistema costiero, attraverso il rafforzamento dell’organizzazione dei pescatori artigianali. Obiettivi specifici sono quelli di migliorare i livelli educativi e la capacità organizzativa delle comunità costiere attualmente seguite; potenziare le competenze specifiche di settore (formazione e aggiornamento professionale); migliorare le possibilità di accesso all’informazione e alla formazione in tutta la zona costiera del Cile. Accanto alle unità italiane già operanti, l’Auser intende organizzare un centro che lavori all’informazione e formazione a distanza (tramite Internet) e fa appello a tutte le persone interessate e disponibili a collaborare a questo lavoro di grande solidarietà umana e civile.
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