«Un mio collega ucciso dal virus, ma io voglio tornare a Pechino»

Malpensa - Torna dalla Repubblica popolare dopo 10 giorni di quarantena. La storia di un funzionario di Verona atterrato all'aeroporto tra mascherine e fotografi

La grande paura è arrivata quando ha capito che il collega d’ufficio non sarebbe più tornato al lavoro. La sedia vuota, nel palazzo di Pechino dell’Agenzia mondiale del lavoro, ha fatto scattare l’emergenza. In poche ore, la notizia: il funzionario finlandese del suo ufficio era morto. Terribile la diagnosi: polmonite atipica.
«I primi giorni è stata dura» dice Matteo Sasso, 27 anni, giovane consulente sbarcato a Malpensa con il volo delle 14 e 10 proveniente dalla capitale della Cina.
Una laurea in giurisprudenza, master in economia internazionale e poi, a novembre, l’impiego a Pechino, per un progetto di sviluppo delle zone a economia speciale della Repubblica Popolare. Da Verona, mamma e papà, che ora lo aspettano davanti alla porta B degli arrivi, hanno vissuto un calvario.

«Sì, ho avuto tanta paura» dice la mamma, mentre abbraccia il figlio, mascherina al collo, davanti a taccuini e telecamere.

E’ stanco Matteo, ma racconta a frammenti la sua storia di italiano sfiorato dal virus: «Siamo stati dieci giorni senza vedere quasi nessuno – ricorda – la mattina mi svegliavo e pensavo che il virus avrebbe potuto colpire anche me».

Sospira, ma felice di essere a casa. «Non c’è stata informazione in Cina – aggiunge – ci hanno aiutato soprattutto i siti Internet occidentali, dai quali potevamo capire la situazione». Dopo il periodo di controllo medico, ha deciso di partire. «Sul volo i passeggeri avevano quasi tutti la mascherina ma nessuno ci ha obbligato a portarla – spiega – ora vorrei riposarmi e poi ritornare a Pechino. Lì ho un lavoro che mi piace e una casa. E’ stata una brutta avventura ma spero che tutto ritorni normale al più presto».

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Pubblicato il 23 Aprile 2003
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