Formidabili quegli anni
L'intervento di Gilberto Donnini, ex direttore di Luce , in occasione dei novant'anni del settimanale
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Arrivato al Luce, per prima cosa mi venne messa in mano una penna per scrivere un commento ad un intervento del Papa di pochi giorni prima, e qualche settimana dopo fui invitato a “mettere insieme” il numero del giornale perché don Pino era assente. Me la cavai con qualche apprensione, lasciando fuori soltanto la “gerenza”, cioè quel quadratino in cui vengono riportati i dati della pubblicazione e che dovrebbe comparire su tutti i numeri. Divenni direttore del Luce nel 1982: sia perché prima dovevo “farmi le ossa” nel mestiere, sia perché doveva passare il tempo necessario per l’iscrizione all’Ordine dei giornalisti. Ricordo che il grosso problema di quei primissimi tempi fu la repentina chiusura della tipografia “Valle Olona”, che aveva acquistato dal Seminario la gloriosa tipografia dell’Addolorata, fondata da monsignor Sonzini, e dove veniva composto (ancora a piombo e con le linotype) e stampato non solo il “Luce”, ma anche “Il Settimanale” della diocesi di Como. Ed è proprio per questo, tra parentesi, che ho potuto stringere amicizia con Paolo Bustaffa, l’attuale direttore dell’agenzia Sir vicina alla Conferenza episcopale italiana: anche da lui ho avuto modo di imparare molto della fattura (la “cucina”, come viene chiamata) del giornale. La seconda sfida era di tipo culturale e poteva condensarsi in questa domanda: che senso ha il nostro lavoro nel settimanale? La risposta venne dalla riflessione condotta non solo nella nostra, ma in tante redazioni di tutta Italia: riflessione nella quale un ruolo importante ha avuto anche il professor Gianfranco Garancini, figura ben nota nella realtà varesina. Attraverso una serie di seminari e di convegni, tra i quali fu significativo nel 1981 quello di Lecco per il centenario de “Il Resegone”, il settimanale cattolico trova il suo ruolo – questa è stata la formula uscita da un convegno nazionale tenuto a Treviso nel 1982 – nel fatto di essere “giornale di Chiesa e giornale di popolo”, cioè uno strumento che rende un servizio alla gente che vive nel territorio e alle scelte pastorali della Chiesa locale e italiana. Nella fedeltà al patrimonio di tradizioni, di cultura, di fede della realtà in cui è nato, il settimanale cattolico locale trova il senso del suo operare e svolge il suo servizio come strumento di riflessione, di maturazione e di crescita per tutta la comunità. La sintesi di questo cammino si può trovare nel volume “Informazione e territorio”, edito per il 25° della Fisc, che, tra l’altro, è stato consegnato al Papa e al presidente della Repubblica nel corso delle udienze concesse ai rappresentanti dei settimanali cattolici italiani in quelle circostanza, nel novembre 1992. La terza sfida era di tipo diffusionale: riannodando i legami col territorio, occorreva però anche trovare i canali non solo perché il giornale fosse venduto, ma anche perché diventasse punto di riferimento significativo della realtà locale. Di qui anche lo sforzo per una serie di iniziative, di convegni, di relazioni utili non solo a far conoscere il Luce, ma anche a far sì che la gente lo avvertisse come strumento importante per una lettura del proprio ambiente di vita. Dei tanti amici che meriterebbero una menzione, voglio ricordarne soltanto due, che credo abbiano lasciato un segno non solo nella mia vita, ma anche il quella di tanti. Alludo al segretario della Fisc , Giovanni Fallani, fiorentino ma che ha trascorso gran parte della sua vita a Roma, persona di grandissima cultura e umanità che purtroppo ci ha lasciati qualche anno fa; e a monsignor Giuseppe Cacciami, direttore del settimanale di Novara (mio predecessore nella presidenza della Federazione, che ho tenuto dopo di lui per sei anni, dall’86 al ’92), il quale mi ha fatto capire che, al di là degli affari, degli interessi, dei servizi che si possono rendere od ottenere, quello che conta, che rinsalda i legami è il rapporto, l’amicizia con le persone. Perché questo è la Fisc che ho conosciuto: non tanto l’agenzia di servizi dove si va per tutelare i propri interessi, ma soprattutto un gruppo di amici, di colleghi che si ritrovano perché condividono gli stessi ideali, per fare meglio il proprio lavoro, per un servizio più efficace e attento alla comunità ecclesiale e civile. |
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don Gilberto Donnini (direttore del Luce dall’82 al ’92) |
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Quando, nell’ormai lontano 1980, il compianto monsignor Bernardo Citterio mi chiamò per chiedermi se fossi disponibile ad accettare l’incarico di vicedirettore del Luce di Varese perché l’allora direttore don Pino Marelli era stato nominato parroco di Biumo Superiore, accettai volentieri la proposta. Prima di tutto perché si trattava di una esperienza nuova e che appariva interessante, e poi perché da sempre ho ritenuto che l’impegno nel campo della comunicazione sociale non fosse “cosa estranea” al ministero sacerdotale, ma anzi ne costituisse parte integrante. Una convinzione – devo dire – che non tutti i preti di allora (e forse anche qualcuno di oggi) condividevano: qualche volta, negli undici anni che ho passato al Luce, qualche confratello mi ha chiesto: «Ma tu cosa fai?». E, alla mia risposta che ero direttore del “Luce”, mi sono sentito rispondere: «Sì, questo lo so, ma cosa fai veramente?».





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