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Il giudice l’ha condannato. Lui nega e dice che vuole isolare i terroristi e portare il dialogo. Il suo avvocato gli crede: ricorrerà in appello. Ecco Mohamed el Mahfoudi, il giorno dopo. Ha i capelli rasati a zero e la barba lunga. Parla lentamente, fa lunghe pause, a volte sembra che l’emozione lo tradisca, pare sul punto di piangere, poi la dialettica prende il sopravvento. 39 anni, sposato: tre figli, una bambina di otto anni, un maschio due anni e uno di due mesi. La sentenza del tribunale di Milano lo condanna a un anno e quattro mesi per concorso esterno in associazione a delinquere e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Mahfoudi racconta il giorno del suo arresto, il 24 giugno del 2003, dice poche cose, non parla della famiglia. L’intervista è una lunga difesa del suo operato, del suo compito all’interno e la comunità. «Ho sempre predicato amore per il prossimo – dice Mahfoudi – fratellanza, pace. Ho cercato di dare aiuto ai bisognosi, per toglierli dalla strada, evitare che possano usare droga o finire nella criminalità». Lei è il punto di riferimento della comunità islamica di Gallarate. «Sì, mi occupo di molte cose, tutti si rivolgono a me, tengo i contatti con i paesi d’origine, ad esempio quando muore un fratello e bisogna preparare i documenti. A volte mi chiamano dall’ospedale di Gallarate e faccio da traduttore». Non si è mai accorto di essere controllato? «Non ho mai avuto paura di nulla perché non ho niente da nascondere. Non ho mai cambiato il telefono di casa e nemmeno il telefono cellulare. Vivo in un paese democratico, mi fido della legge. Il terrorismo non mi riguarda, noi lo dobbiamo isolare». Quando un musulmano si avvicina alla moschea, lei ha modo di sapere se è una persona corretta? «La moschea ha le porte aperte come qualsiasi chiesa. Quando so che c’è un problema io intervengo. Ben Khemais, (l’uomo condannato per terrorismo arrestato due anni fa in via Dubini ndr) venne una volta nella moschea, fui io a cacciarlo, perché avevo saputo che c’era qualcosa» Fu lei a isolare Ben Kemais? «Sì, lui è venuto una volta sola, e non ha mai mai frequentato in seguito la moschea. Lui era venuto a stare a Gallarate ma non era di lì, è stato un caso che sia stato arrestato in città. Quando lo presero, nessuno ci venne a interrogare. Non siamo mai stati coinvolti in quella inchiesta». Che idea si è fatto della sua vicenda giudiziaria? «Me lo chiedo anch’io. Tutto è iniziato con la sanatoria del 2002. La moschea è il punto di riferimento di tutti gli stranieri. Questi fratelli, clandestini, li ho trovati in moschea. Si sono rivolti a me per regolarizzare la loro posizione. Io sento il dovere di aiutare i miei connazionali. È un sentimento di affetto, come potreste provare voi italiani per altri italiani, all’estero. Gli ho indicato alcune cooperative di Varese a cui rivolgersi. Loro gli chiesero dei soldi. Io ci rimasi male ma poi pensai: devo fare una scelta, o accettare che paghino o lasciare che da clandestini cadano in mano alla malavita. Scelsi il male minore». «Ma lui non l’ha fatto per ricevere soldi – aggiunge l’avvocato Natali – senza questo il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina perde efficacia. La procura parlava di reclutamento di soggetti da avviare al terrorismo e ci aggiungeva il finanziamento».
A questo punto, però, il giudice ha riconosciuto il concorso esterno e quindi lo ha ritenuto un fiancheggiatore. Ma di chi? «Il processo agli altri quattro imputati è in corso – risponde l’avvocato difensore Massimo Natali – paradossalmente, se venissero assolti, il mio assistito sarebbe fiancheggiatore di nessuno». Signor Mahfoudi, cosa ha fatto in questi mesi in carcere? «Ho imparato molto. In carcere c’è una sintesi del mondo esterno, gente di tutti i tipi. Ho cercato di vivere con serenità e coraggio, dando consigli ai miei connazionali. Mi ha colpito il fatto che ci sono molti marocchini e che spesso ritornano in carcere poco dopo essere stati scarcerati. A tutti ho consigliato di rispettare le leggi. Ho partecipato alla preghiera, ogni venerdì con altri cinquanta carcerati musulmani, mi sono iscritto alla seconda ragioneria, ho fatto un corso base di informatica. Il secondo livello, forse, lo farò fuori dal carcere». Ha sentito delle polemiche seguite al suo arresto? Riprenderà il suo posto nella comunità, tornerà ad avere un ruolo pubblico nonostante la condanna? «Prima di tutto devo dimostrare di essere innocente. Non ho nulla a che fare con i terroristi, cercherò di essere aperto e moderato, di dialogare e di discutere, offrendo la mano a chiunque. Stiamo vivendo in un momento di paura e angoscia. Bisogna frenare e isolare l’odio e il radicalismo. Noi siamo pronti a dialogare con tutti, con il comune, con i vicini di casa: bisogna far rinascere la speranza. Questo è il mio compito e cercherò di portarlo avanti con serenità». Lei parla come un politico. «Il nostro politico è Samir Baroudi, perché conosce meglio di me la lingua italiana. Io mi occupo solo della comunità». Cosa ha detto ai suoi figli? «Mia figlia ha otto anni e frequenta una scuola pubblica italiana. Mi ha fatto delle domande. Io ho spiegato cosa era successo, ma ho cercato di non aizzarla all’odio verso l’Italia. Questo è il paese in cui viviamo e che dobbiamo rispettare».
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