La sfida delle Acli: “Allargare i confini”. Anche i propri
Si è aperto il ventiseiesimo congresso provinciale delle Acli. Nella relazione del presidente provinciale uscente l'analisi della situazione locale e mondiale. Ma anche uno sguardo al futuro
Un cantiere a cielo aperto. Con tanti lavori in corso. Sono queste le Acli che il presidente uscente Ruffino Selmi ha consegnato ai delegati del 26esimo congresso, apertosi nel pomeriggio al collegio De Filippi. Un’associazione attiva e vitale che vuole rilanciare la propria azione e la propria identità ultimamente un po’ appannata dai tanti servizi resi alla cittadinanza: «Dobbiamo realizzare un nuovo modo di fare associazione – afferma Selmi nel corso della sua relazione – dobbiamo continuare ad investire nel circolo come luogo e punto d’esperienza associativa, ma non possiamo ignorare che il moltiplicarsi di reti relazionali e comunicative non sono contenitori vuoti ma momenti di ricchezza per chi partecipa ad essi».
Ed è proprio la partecipazione, la condivisione della vita associativa uno dei principali obiettivi che le Acli dovranno porsi nel prossimo quadriennio. «Le migliaia di persone che passano dai diversi servizi lasciano tracce di vissuto sociale che facilita la comprensione di cosa sta accadendo sul territorio o di segmenti di società. È nostro compito raccogliere, elaborare, far emergere e dar loro priorità».
Il ventiseiesimo congresso provinciale ha per titolo "Allargare i confini. Sulle rotte della fraternità nella società globale". Le Acli si pongono in modo costruttivo verso il mondo, ormai collegato e legato. Lo spirito che anima l’associazione è racchiuso nella parabola della Samaritana che incontra Gesù: due mondi distanti, persino nemici, avvicinati da una richiesta. La globalizzazione deve acquistare un connotato diverso: non solo economico e consumistico: «Impegniamoci a sostenere, anche con il voto, coloro che concepiscono il progresso in un orizzonte di condivisione, di ridistribuzione solidale, di giustizia, anziché di competitività esasperata». Ruffino Selmi vuole un impegno sociale, innanzitutto, che si fondi su valori quali il rigetto della guerra come strumento di governo e di perpetuazione degli attuali assetti mondiali, il liberismo e la tendenza a trasformare tutto in merce e a concepire i lavoratori come macchine da usare fin che servono o non si rompono.
Gli attivisti Acli devono ritrovare l’energia e l’entusiasmo di educare alla democrazia, alla legalità, alla gratuità, alla responsabilità verso la cosa pubblica, il bene comune: «Noi siamo preoccupati di quanto capita nel paese. Non condividiamo la linea politica e le scelte del governo in particolare in materia di lavoro, in campo sociale e sanitario. Per quanto riguarda l’opposizione è preoccupante lo stato di litigiosità e le difficoltà ad individuare linee comuni d’intervento e di riforma su temi fondamentali».
Le Acli sono chiamate a svolgere un ruolo fondamentale nel campo del lavoro: «Nel nostro paese l’economia arranca. Alcuni milioni di lavoratori sono nella condizione che pur lavorando tutto il giorno non sono in grado di arrivare in fondo al mese. Lavorano e sono poveri. Noi siamo chiamati a promuovere formazione culturale per i lavoratori. A batterci perché sia introdotta una flessibilità sostenibile».
E se dallo sguardo nazionale si passa al locale, Ruffino Selmi vede la futura missione delle Acli altrettanto importante e impegnativa: «La nostra provincia vive due realtà: nel sud c’è la sensazione di vivere in un cantiere aperto con tutto il carico di cementificazione, vivibilità dell’ambiente e qualità dell’aria. Nel nord, e in particolare nel luinese, si sentono abbandonati e dimenticati, preoccupati per la mancanza di una programmazione ad ampio raggio».
Per il futuro, quindi, il segretario uscente preannuncia tante sfide riconducibili a due percorsi: la realizzazione della casa lavoro, integrando i servizi che oggi l’associazione offre con una serie di aiuti personalizzati ed integrati oltre ad una vita associativa formativa sui temi del lavoro, e vivere in un paese plurale fondato sulla "convivialità delle differenze", aprirsi a persone di diverse nazionalità, etnia e religione, potenziare le iniziative di solidarietà internazionale.
Una sfida importante e preziosa, che punterà anche su una nuova esperienza laicale, fino ad oggi non sviluppata appieno.
Il cantiere è dunque aperto: i lavori possono procedere.
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