Carcere, giù i muri della disinformazione

Successo del convegno organizzato dalla Uisp dove si è parlato di come riportare a "nuova vita" chi lascia la cella

Il detenuto è sotto l’occhio della guardia, la guardia sotto l’occhio del direttore, il carcere è sotto l’occhio del popolo.
Non c’è forse un modo più efficace per esprimere il concetto: il luogo in cui i condannati scontano la loro pena è lo specchio di una civiltà. Ma se al popolo, o comunque a gran parte di un popolo, poco o nulla importa di come si vive in un carcere, che cosa significa? «Significa che ci si ferma a discutere dei problemi viabilistici e di questioni ambientali, invece di pensare che realizzare un nuovo carcere può vuol dire garantire una vita migliore ai detenuti».
Nessuno si risparmia al convegno organizzato al De Filippi dalla Uisp, Unione Italiana Sport per Tutti, con il patrocinio di Regione, Provincia e Comune. Gli interventi hanno un “peso specifico” pari all’aria che si respira nelle celle della maggior parte delle carceri italiane.
Il convegno, uno dei tanti organizzati dalla Uisp sull’argomento, aveva lo scopo di andare “oltre il silenzio” e affrontare il tema della “disinformazione del /sul carcere”. 
L’obiettivo è quello di riuscire a fare in modo che il muro che divide chi sta dentro da chi sta fuori diventi una sorta di vetro trasparente, che consenta di vedere ciò che accade da una parte e dall’altra. Immagine metaforica, sia ben inteso. La sostanza è cercare di aiutare gli ex carcerati, o quelli in regime di semi libertà, a rientrare a far parte della società civile.
«Varese fa la sua parte come può – spiega il presidente della Uisp varesina Paolo Cassani – le istituzioni si stanno muovendo, i volontari non sono molti ma quelli che ci sono lavorano da tempo. Il livello di disinformazione però è ancora altissimo. Ed è su questo punto che ci proponiamo di lavorare, perché il punto di partenza per i passi successi».
Si comincia dallo sport davvero per tutti, quindi educazione motoria per chi vive la maggior parte del tempo in una cella, ma si prosegue con il dopo-carcere, la nuova vita.
«E’ questo il vero nodo – ha spiegato Wiliam Malnati, assessore ai Servizi Sociali di Varese. Ma spesso parlare di carcere vuol dire parlare di una struttura ingombrante, che è meglio costruire un “po’ più in là”».
Invece dentro c’è un mondo che aspetta di uscire. Il Comune ha avviato da poco un programma in collaborazione con i Miogni per dare un’abitazione ad ex detenuti ma non è tutto: con un progetto finanziato dalla Cariplo l’Amministrazione comunale sosterrà gli ex detenuti nella ricerca di un lavoro, dando loro borse di studio, e nella ricerca di una casa, con micro-crediti.
Moltissimi gli interventi al convegno Uisp, anche non programmati: il più atteso quello del professor Carlo Alberto Romano, docente di criminologia all’università degli Studi di Brescia. A lui è toccato ripercorre le strade della disinformazione sulla vita in carcere. Ed è stato il professor Romano a sostenere la tesi, riproposta più tardi da Giovanni Martina di Rifondazione Comunista, che il carcere dovrebbe restare in città, unico modo per non “rimuovere il problema” e favorire la comunicazione tra detenuti e liberi cittadini.
Una tesi che forse non difenderà l’ambiente ma che riporta al centro del problema l’uomo.

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Pubblicato il 04 Dicembre 2004
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