«La giustizia italiana è in coma reversibile»
Diagnosi complessa per un momento di grave difficoltà della macchina giudiziaria italiana; molti gli interventi al convegno indetto da Regione Lombardia e Anm
«La giustizia in Italia è in uno stato di coma reversibile». Tra i molti interventi succedutisi nella Sala Tramogge dei Molini Marzoli di Busto Arsizio per il convegno "Il modello di giustizia nella società del terzo millennio", queste parole di Giuliano Pisapia, avvocato e deputato alla Camera, sono forse le più sintetiche ed efficaci.
A criticare le proposte venute dal governo in materia di giustizia sono stati Pisapia e il vicesegretaio di Unicost Giuseppe Maria Berruti. Troppo lavoro sulle spalle delle Procure, ha denunciato Berruti; e la riforma dell’ordinamento giudiziario («un’occasione perduta»), con la previsione di esami interni e di carriere basate sulla valutazione dell’operato dei magistrati (da parte di chi?), minaccia, secondo il vicesegretario di Unicost, di porre ogni giudice in condizione di dover soppesare attentamente l’effetto che una “certa” sentenza potrebbe avere sulla sua carriera futura (leggi: assolvi e vai in Cassazione, condanna e finisci in uno sgabuzzino a Gela, ndr).
Per Pisapia occorre abbassare i toni dello scontro sul tema tanto in Parlamento quanto sui media e riconoscere il principio che la giustizia è di tutti, né di destra né di sinistra. Una riforma del codice penale sarebbe altamente auspicabile, secondo Pisapia, anche per ridurre il ricorso alla carcerazione e diffondere l’impiego delle pene alternative, quali ad esempio il lavoro riabilitativo con il cui frutto si risarcirebbero le vittime dei reati.
In apertura Fabio Roia, segretario generale di Unicost – Unità per la Costituzione, aveva insistito sulla necessità di velocizzare i procedimenti penali e civili; anche il presidente della Provincia di Varese Marco Reguzzoni aveva citato la celerità della giustizia come misura dell’affidabilità economica di un Paese per gli investimenti esteri – e la perdurante crisi economica sembrerebbe dargli ragione. Ma soprattutto, ciò che Roia metteva in luce è il numero assolutamente spropositato di avvocati in Italia: 150.000, ben oltre le reali necessità. «Per fare un esempio solo nella mia città, Benevento, ci sono qualcosa come 1500 avvocati» ha commentato Giuseppe Maria Berruti, vicesegretario genrale di Unicost. «Andiamo dai “principi del foro” di grido fino a poveri diavoli senza neanche uno studio, che con le udienze dei processi sfamano a mala pena moglie e figli». Il fenomeno dell’”inflazione avvocatizia”, sostanzialmente incontrollato nelle sue dimensioni e nella qualità professionale – come è ben noto, ogni anno migliaia di giovani di tutta Italia scendono a svolgere gli esami di Stato in determinate sedi note per il lassismo degli esaminatori – si può a ragione stimare come una delle cause principali della lentezza della giustizia in Italia, nonché dell’aumento esponenziale dei ricorsi italiani presso la Corte di Giustizia europea.
Un altro problema sollevato è quello relativo alle specializzazioni: secondo Roia è finito il tempo del magistrato “tuttologo”. Anche per il neopresidente del Tribunale di Busto Arsizio Antonino Mazzeo «si coglie insoddisfazione per le aule di giustizia: occorre riformare le circoscrizioni giudiziarie, vecchie di un secolo». Ma le critiche non piovono solo dai magistrati: anche secondo il vicepresidente di Confindustria Sandro Salmoiraghi «Una giustizia lenta gioca a favore dei furbi, e i furbi non fanno progredire il Paese». Chi ha orecchie per intendere intenda.
Un’altra piaga è quella del diritto fallimentare: «Negli USA il 60% delle aziende fallisce per la feroce competitività del sistema locale, ma quelle che sopravvivono diventano le Ibm e le Microsoft. Da noi è la legge stessa a impedire che molte aziende falliscano» sostiene Salmoiraghi. A contestare in parte l’idea di una presunta “voglia di poter fallire” del sistema imprenditoriale, che invoca un nuovo diritto fallimentare, sono stati ancora Giuseppe Maria Berruti, che ha parlato di «aiuti di Stato alle imprese» come caratteristica del sistema economico italiano, e Vittorio Celiento, presidente degli avvocati di Busto Arsizio, che ha accusato: «Il vero liberismo ha regole rigidissime: qui da noi, invece, è inteso come la libertà di fare quel che si vuole».
Corrado Sforza Fogliani, presidente di Confedilizia, ha fustigato il «malcostume» delle leggi speciali e dei decreti legislativi. Il tema è stato ripreso nel suo intervento dall’europarlamentare leghista Francesco Speroni, presidente del Consiglio comunale di Busto Arsizio. Chiarissimo nei contenuti l’intervento di Speroni, che ha messo in luce come le normative europee nascano non dal Parlamento di Strasburgo, eletto dai cittadini europei ma privo del potere di iniziativa legislativa, bensì dalla Commissione Europea di Bruxelles, organismo burocratico espressione dei singoli governi nazionali dell’Unione. Da qui il «deficit di democrazia» denunciato a gran voce dalla Lega Nord – ma anche, con singolare convergenza, da Rifondazione Comunista.
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