I mille volti della Piovra

Il Procuratore nazionale Antimafia Piero Luigi Vigna ospite del Comune di castellanza nell'incontro "Mafia: le soluzioni"

Piero Luigi Vigna (foto), Procuratore Nazionale Antimafia, è stato il relatore d’eccezione dell’incontro "Mafia: le soluzioni", l’ulitmo previsto nell’ambito dell’iniziativa "La nuova Resistenza – Mafia, legalità e Costituzione", promossa dal Comune di Castellanza in collaborazione con varie associazioni locali. Ad introdurre un così autorevole esponente della lotta antimafia sono stati il Sindaco Maria Grazia Ponti e il professor Enzo Guidotto, già protagonista di due incontri nell’ambito dell’iniziativa, intrapresa per commemorare il 60° anniversario della Liberazione trattando di legalità come espressione della Costituzione italiana nata dalla Resistenza.

«In fatto di lotta alla mafia la storia non ha insegnato nulla» è la triste constatazione di Guidotto, che ha letto brani di un articolo di giornale sulla mafia del gennaio 1900, opera di don Luigi Sturzo, siciliano, più tardi fondatore del Partito Popolare. Guidotto ha ripercoso la storia dei delitti eccellenti di mafia fin dai primissinmi anni dell’Unità, nell’Ottocento, mostrando che la verità è sempre stata ben nota alle autorità politiche, che per convenienza non hanno quasi mai agito, pur avendone la possibilità. «Arresti e condanne non sono risolutivi contro le mafie: servono da un lato certamente la repressione, ma dall’altro la pulizia all’interno delle istituzioni – dove le mafie hanno potenti appoggi – e uno sviluppo economico e morale per le zone affette da questo tipo di criminalità organizzata».

Vigna non si è nascosto la difficoltà di parlare di "soluzioni" di fronte ad un problema apparentemente insolubile. «Se non delle soluzioni pronte e definite, abbiamo però dei percorsi atti a contrastare le mafie. Queste sono caratterizzata da un modus operandi tipico: violenza e intimidazione costanti, e al contempo ricerca spasmodica di un inserimento all’interno dell’economia e della politica». L’obiettivo è sempre quello di arricchirsi ed esercitare un dominio incontrastato ed un assoluto e arbitrario potere su chiunque. «Dal momento che la mafia incide pesantemente anche sulla libera espressione del voto politico, impedendolo, ostacolandolo od orientandolo secondo amicizie e convenienze, si può parlare della mafia come di un fenomeno eversivo dell’ordinamento democratico» ha detto Vigna senza mezzi termini; «e quando essa ricorre alla violenza per piegare lo Stato alle sue condizioni, come negli attentati del ’93 o nelle tante stragi ed uccisioni di servitori dello Stato, si può a maggior ragione parlare di terrorismo».

Il Procuratore Nazionale Antimafia, per contrastare un fenomeno che si è fatto internazionale, ha stretto rapporti di lavoro con magistrati e forze dell’ordine anche in Russia, in Iran («dove loro, musulmani sciiti, hanno ricordato in modo davvero commovente Papa Giovanni Paolo II che era appena morto»), in Uzbekistan. «Questo perchè le mafie hanno globalizzato i loro affari» ha spiegato Vigna. «Prima, per fare l’esempio di Cosa Nostra siciliana, i mafiosi si occupavano di beni immobili: terreni agricoli, controllo dell’acqua per l’agricoltura, terreni edificabili, edilizia. Poi si è passati ai beni mobili, con il contrabbando di sigarette e di droga, che richiede una complessa organizzazione transnazionale. Basti pensare che presso il nostro ufficio c’è un’apposita sezione che si occupa delle "nuove mafie", quella albanese, cinese, turca, russa, nigeriana, colombiana…».

Tutte queste organizzazioni criminali sono caratterizzate da un fortissimo spirito che, se non temessimo di offendere qualcuno, potremmo definire imprenditoriale. La mafia si fa forte della sua capacità di adattarsi ai cambiamenti della società, di scavalcare i confini come fanno le imprese "normali"; pur di fare soldi e accumulare potere non arretra di fronte a nulla, nè dalla tratta di esseri umani (che si distingue dal favoreggiamento dell’immigrazione clandestina perchè le persone sono rapite, ricattate o indotte con l’inganno a cambiare Paese per poi ritrovarsi schiave) nè da quella di parti di esseri umani. Il traffico di organi è infatti endemico tra la poverissima Moldavia, dove un numero impressionante di disperati hanno venduto un rene per poche migliaia di dollari, la Grecia e la Turchia.

Da questi traffici le mafie ricavano cifre immani, che sono state valutate in ordini di gradezza da 400 milioni a 1 miliardo di dollari l’anno solo per quanto attiene il traffico di droga. Cento milioni di euro l’anno sarebbero introitati dalle mafie solo in Italia, e senza mettere in conto guadagni del racket delle estorsioni e dell’usura. Questi soldi vengono poi in parte riciclati in attività "legali", spesso tramite prestanomi: e l’attività economica distorta così generata porta lavoro sottopagato e senza diritti in contesti dove il lavoro non c’è, perchè qualsiasi concorrenza o lamentela viene soffocata o comprata con attentati, ricatti e intimidazioni. Quell’economia distorta porta consenso sociale alle organizzazioni mafiose, viste come garanti di un benessere che in realtà appartiene solo ai pochi che, per usare un’immagine cara a Leonardo Sciascia, camminano sulle corna di tutti gli altri. È spesso tra i dipendenti delle aziende mafiose, difficilissime da confiscare per via della fitta trama di prestanomi e partecipazioni societarie apparentemente "pulite", che si reclutano i nuovi affiliati che vanno a rinsanguare le file della malavita; è solo una delle tante espressioni della contiguità al potere mafioso che vasti strati di popolazione, di tutti i ceti, hanno sempre mostrato (per tacere dei politici).

Oggi la mafia non ammazza quasi più, ha scelto di arricchirsi in silenzio, evitando lo scontro "militare" con la superiore potenza dello Stato. «Vogliono anestetizzare la coscienza civile» ha denunciato Vigna «specialmente oggi che nemmeno le dozzine di morti al giorno in Iraq ci impressionano più: di questo passo rischiamo di perdere le nostre emozioni». Concludendo la sua relazione, Vigna ha messo in luce che lo scopo finale dei mafiosi è il monopolio nei settori di attività da essi prescelti. «L’economia dovrebbe avere un’utilità sociale e garantire la dignità delle persone, lo dice la Costituzione all’articolo 41. L’economia mafiosa invece ha utilità privata ed egoistica, offende la dignità e mette in pericolo la stessa democrazia».

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Pubblicato il 22 Maggio 2005
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