India, splendori e miserie di un subcontinente

L'immenso Paese raccontato a Varesenews da Stefano Marcora, che ha visitato varie regioni del paese ed è entrato in contatto con importanti progetti locali di aiuto ai minori


L’India: un Paese che è quasi un continente a sè, con una civiltà antichissima e unica, una popolazione immensa e problemi altrettanto grandi. A raccontare a Varesenews alcune immagini di questo "mondo altro" è Stefano Marcora (foto), ex presidente del circolo di Busto Arsizio di Legambiente. Per sei settimane Stefano ha visitato il paese accompagnando l’amico Lucio Beninati (nella foto in basso fra i ragazzi), missionario laico del Pime (leggi qui il racconto delle sue esperienze passate in Brasile).

Al di là dell’aspetto puramente turistico, il viaggio ha permesso a Stefano di scoprire alcune realtà dell’accoglienza e della solidarietà verso i più piccoli, operate da missionari cristiani e presso le quali fratello Lucio è ospitato in attesa del sospirato visto per raggiungere il Bangladesh, sua prossima destinazione. "Siamo stati nelle due città di Vijayawada e Hyderabad, nello Stato di Andhra Pradesh" racconta Marcora. "La prima, che sorge sulle rive del fiume sacro Krishna, è una città di 850.000 abitanti, l’altra una metropoli di oltre 4 milioni di abitanti, sede di importanti industrie anche molto avanzate, come quelle elettroniche ed informatiche". Ciononostante, entrambe le città registrano tassi record di povertà negli slum, i poverissimi quartieri degli inurbati dalle campagne.

A porre un freno all’abiezione di tanta miseria da un lato vi è il tradizionale mix di fatalismo e dignità che caratterizza gli indiani, dall’altro l’intervento delle organizzazioni caritatevoli, come i missionari cristiani della Don Bosco Society che insieme ad altre organizzazioni religiose a Vijayawada gestiscono il progetto Navajeevan, dedicato all’assistenza dei bambini di strada. Si tratta di un compito non semplice, in una società segnata da differenze di casta (un terzo dei bimbi assistiti sono "paria", "intoccabili" per il millenario sistema castale indù) e di religione (uno su otto è musulmano, e una percentuale di poco minore è cristiana). Uniche caratteristiche comuni la lingua locale, il telugu, e un acuto stato di bisogno. "Nel progetto si lavora per dare ai bambini un’istruzione e insegnare poi loro un lavoro, magari da falegnami o meccanici, combattendo così l’abbandono, lo sfruttamento e la violenza delle gang locali" racconta Marcora: "animatori e insegnanti sono spesso, e questo è molto bello, ex allievi dei missionari divenuti a loro volta un punto di riferimento per altri bambini cresciuti in povertà come loro. Per fortuna la famiglia, nota fratello Lucio, è in India un’istituzione più salda che non in Brasile, dove si trovava fino a qualche mese fa". Il progetto Navajeevan segue anche gli handicappati. Tutti i missionari religiosi sono indiani – l’India è un Paese molto orgoglioso, tanto da rifiutare spesso aiuti esterni – con alcuni volontari laici europei, tra cui, in queste settimane, Lucio Beninati. "Un altro progetto interessante in cui mi sono imbattuto durante il viaggio in India è il People’s Initiative Network (PIN) a Hyderabad, attivo dal 1990, che ha molto contribuito, fra l’altro, a ridurre la violenza interreligiosa tra indù e musulmani" continua Marcora. "Anche qui i missionari indiani vivono in mezzo ai poveri, ed hanno aiutato fino ad oggi oltre 10.000 bambini dai 5 ai 15 anni oltre ad aprire una ventina di scuole tecniche, dove indù e musulmani studiano insieme – prima frequentavano scuole separate".

La parte finale del viaggio in India è stata compiuta da Stefano in solitaria, su treni affollati, lenti e di dubbia sicurezza, o su autobus in condizioni non dissimili. "Sono stato a Madras, o Chennai come la chiamano adesso, e ho constatato i danni del maremoto del 26 dicembre scorso. Sono stati assai gravi, ma ho visto che gli indiani hanno già riparato alla maggior parte di essi, almeno in città. Ogni tanto però ci si imbatteva in spiagge e moli devastati, o, girato l’angolo, in rovine e pozze d’acqua salata a considerevole distanza dal bagnasciuga: fa una certa impressione ancora oggi". Dopo la visita nel Tamil Nadu – lo Stato dove si trova Madras/Chennai – Stefano si è trasferito all’altro capo dell’immenso Paese, visitando dapprima lo stupendo Taj Mahal (foto in alto) ad Agra, nel cuore dell’India, poi lo Stato himalaiano dell’Himachal Pradesh dopo un viaggio di oltre duemila chilometri. "Lassù si trovano in esilio i tibetani fuggiti dalle loro montagne per la repressione cinese della loro cultura: ho visitato anche la sede del Dalai Lama, che si trova a McLeod Ganj sopra Dharamsala, a quasi duemila metri". La regione in cui sorge questo piccolo Tibet in esilio, che risuona di canti millenari della tradizione buddista-lamaista e Bon di questo popolo profondamente religioso, non è esente da problemi anche gravi. "Vi sono zone dell’Himachal Pradesh dove gli stranieri è bene che non si avventurino da soli. C’è molto traffico di droga (la marijuana cresce rigogliosa e spontanea tra le montagne, dato il clima favorevole) e ci sono gang di banditi e sequestratori". Da un capo all’altro, insomma, l’India si conferma Paese contraddittorio: "Ovunque sono andato, ho visto città che si sforzano di aderire alla modernità, ma con periferie di spaventosa povertà e contrasti stridenti tra ricchezza e miseria. Nelle campagne, si va da quelle in cui il bue tira l’aratro nella risaia – al Sud – a quelle del Nord, dove non mancano vaste aree coltivate modernamente con trattori e fertilizzanti". Restano le immagini, affascinati, e resta l’eterna domanda: dove va l’India? Sarà una potenza del XXI secolo o sarà soffocata dal peso dei suoi problemi?

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Pubblicato il 10 Settembre 2005
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