Busto, città post-industriale

Dal Forum programmatico dell'Unione su lavoro ed economia giungono pressanti allarmi sul fronte occupazionale e sul declino dell'industria

Il Forum programmatico dell’Unione di Busto Arsizio su economia e lavoro voleva essere occasione di fare il punto su quanto accade in città ed in provincia: obiettivo centrato, grazie all’indubbia competenza dei relatori. Modesta la presenza di pubblico ieri sera al Museo del Tessile, complice la serata gelida e uggiosa, ma gli intervenuti hanno comunque potuto toccare con mano i dati macroeconomici del territori. Su questa base si imposteranno i futuri programmi del centrosinistra, che, come dichiarato in chiusura di serata da Valerio Mariani della Margherita, "dovranno essere di assoluta concretezza".

Ad aprire gli interventi è stato Mario Banfi delle Acli di Varese, che ha steso un impietoso resoconto dell’evidente e progressivo declino industriale della nostra zona. "A Busto si sono avute 394 istanze di fallimento di aziende nel 2004, e 363 solo quest’anno fino ad oggi. Dal 1981 ad oggi nel Varesotto il solo tessile è passato da 5.000 a 2.600 unità locali e da 52.000 a 27.000 addetti" avvertiva il moderatore Walter Picco Bellazzi, e Banfi confermava: "La popolazione attiva della provincia aumenta, ma è un fatto che dal ’91 si sono persi 120.000 posti di lavoro nelle aziende". Il manifatturiero è in caduta verticale, resiste solo l’eterno settore edile. La struttura industriale locale perde sempre più il suo incardinamento sul tessile, che a Busto e Gallarate oggi conta meno del 20% delle aziende e meno di quattromila dipendenti, mentre si moltiplicano le imprese individuali, che oramai costituiscono il 46% del totale. L’attrattiva della provincia declina, è sempre molta più la gente che va a lavorare fuori provincia di quella che da fuori arriva per lavorare nel Varesotto. In più, i controlli dell’Ispettorato del lavoro trovano regolarmente il 70% delle aziende in difetto rispetto alle normative, e si riscontrano alcuni inquietanti casi di impiego di manodopera minorile, oltre al sommerso e ad un’evasione fiscale stimata, naturalmente per difetto, in 14 milioni di euro.

"La crisi attuale ha le sue radici tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta": questa l’opinione di Banfi, secondo cui per uscirne "bisognerà impegnarsi duramente per almeno 15 anni". In quali direzioni muoversi? Infrastrutture, pubblica amministarzione, sostegno all’imprenditorialità, ma anche analisi attenta di storia e struttura del territorio.
Certo, c’è benessere, c’è ancora spirito d’impresa, ma anche lati negativi, come congestione, inquinamento ("la Val Padana, per conformazione e clima, è unod ei luoghi più inquinati al mondo"), e peggio ancora mancanza di banche basate nella provincia e di una classe dirigente degna di questo nome. Severa, dunque, l’analisi di Banfi.

Per il sindacalista Nicola Nicolosi, segretario confederale di Cgil Lombardia, i problemi fondamentali sono quelli della classe dirigente e della redistribuzione del lavoro e della ricchezza. Infatti senza una vera classe dirigente non vi è sviluppo, e senza redistribuzione non vi è giustizia sociale. "Il capitalismo speculativo cresce a discapito delle attività produttive, mentre il mercato mostra i suoi fallimenti con l’aumento della povertà e l’incapacità di costituire qualcosa di superiore ad una ridda di interessi privati nel rapporto con la società e il territorio". Per Nicolosi molta parte della classe dirigente attuale "ha pensato esclusivamente ai propri interessi, non a quelli del Paese": Per ricostruire una seria politica industriale non bisogna commettere l’errore di chiudersi nel localismo, ma serve una politica fiscale seria e responsabile, che dia le risorse per investire e aiutare le imprese ad accorparsi e diventare più solide e competitive. Infine, un ultimo anatema è quello contro il precariato a vita. "Dobbiamo ribellarci alla precarizzazione" tuona Nicolosi "che mina alle radici la stessa democrazia, rendendo deboli e ricattabili i lavoratori".

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Pubblicato il 29 Novembre 2005
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