Migrantemente, il popolo invisibile prende la parola

Un volume curato dall'italo-argentino e varesino d'adozione Sabatino Annecchiarico

L’agenzia informazione immigrati associati (Migra) nasce nel 2003 per raccontare il fenomeno delle migrazioni attraverso la voce dei suoi protagonisti. Sulla scia di questa esperienza è uscito recentemente per la Emi il volume "Migrantemente", sottotitolato "Il popolo invisibile prende la parola", curato dall’italo-argentino e varesino d’adozione Sabatino Annecchiarico.
Qual è stata a suo avviso la molla che ha fatto decollare questo testo corale?
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Probabilmente non c’è mai stata una molla riconducibile ad un evento in particolare che abbia fatto decollare MigranteMente. Di certo alla base di questa idea c’è stata una constante maturazione delle esperienze di produrre informazione, dedicata al mondo degli immigrati, e raccontata in prima persona da oltre 80 giornalisti e scrittori, quasi tutti non italiani, che per prima volta hanno potuto prendere la parola. Successivamente, l’entusiasmo anche appassionato di alcuni autori di lasciare un’ ulteriore testimonianza di scrittura non omologata, diede forma al progetto di pubblicare questa esperienza in un libro. Un progetto, quale testo corale come tu stesso definisci, che ha visto la luce lo scorso giugno 2005 grazie alla casa editrice EMI di Bologna, all’inestimabile esperienza in materia di Daniele Barbieri, già responsabile di redazione nella prima fase di Migranews e, infine, grazie anche alla mia proposta di unire i pezzi scelti sotto un filo conduttore che li riconducesse ai punti caldi della società. In sintesi direi che, più che una molla, c’è stata un’ evoluzione di esperienze accumulate e la successiva scelta di continuare a testimoniare».

Emigrare è sradicarsi, ma Kossi Komla-Ebri, medico e scrittore, ci dice che «in questo mondo l’unico avventuriero è chi migra», poiché si getta nell’incertezza totale. Come ci puo’ descrivere questa condizione?
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Se è vero, come sostiene, che emigrare è sradicarsi, più vero ancora è, dal mio punto di vista, arricchire le proprie radici: fondere quelle di nascita con quelle acquisite. Dietro lo "sradicarsi" c’è l’implicita e naturale trasformazione della persona che ha lasciato «le proprie certezze», come conferma Kossi, per poi imbattersi nelle nuove, tutte da scoprire: questo processo dà vita al nuovo soggetto, alla nuova persona, anche culturalmente parlando.  Ed è qui che prende forza l’affermazione di Komla-Ebri con cui descrive il migrante "come l’unico avventuriero" in una società ostile (aggiungo io) rinchiusa dietro le proprie paure e quasi tutte indotte. Purtroppo in questo mondo, creato da quella società prigioniera della paura, i nativi, oltre a perdersi l’occasione storica di arricchirsi in libertà, producono un clima d’incertezza per chi arriva, oltre che per se stessi, al punto tale da far sì che l’ immigrato debba rischiare la propria vita, talvolta anche perderla: ecco perché oggi chi migra é l’unico avventuriero».
La figlia di Ion Cazacu, l’immigrato rumeno bruciato vivo a Gallarate dal suo imprenditore, dice "immaginavo l’Italia come un grande sole…poi ho scoperto che non c’è coincidenza tra il sogno e la realtà". Come vive secondo lei questa disgrazia il migrante?
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Il solo fatto che una persona sia stata bruciata viva per aver chiesto dignità per il proprio lavoro svolto, una paga più adeguata e di essere messo in regola con le leggi italiane, riconduce la società ai tempi del medioevo o, forse, a quelli della inquisizione.  Colpisce ancora di più la risposta della società italiana a un fatto così grave e perverso: senza essersi troppo sconvolta, oggi, a solo 5 anni trascorsi dal fatto, si è addirittura dimenticata di questa storia troppo contemporanea.  Responsabili anche i mezzi di informazione di massa (tranne poche eccezioni), che hanno trattato quanto accaduto nella primavera del 2000 come se fosse stata una storia di ordinaria criminalità. In questo contesto di oblio e impunità sociale ogni immigrato vive quotidianamente la storia di Ion Cazacu come un ammonimento: può ripetersi con chiunque faccia giuste rivendicazioni per i propri diritti, anche quelli più elementari, come quello della vita. Questo lo dico soprattutto perché l’ Italia non ha risolto alla fonte la questione della discriminazione ed è lontana dal superare le diffidenze come costruzioni mentali nei confronti dell’ "altro" , del "diverso"».
Fabio Perocco, studioso delle migrazioni, parla addirittura di una apartheid italiana. Qual è la sua percezione, a partire dalla condizione lavorativa?
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La storia di apartheid più clamorosa che ha vissuto l’umanità, da quando si è costituita l’Organizzazione delle Nazioni Unite, fu quella del Sudafrica. Nulla di equiparabile con l’eventuale apartheid che cita Fabio Perocco: quella fu di separazione, questa è di fusione.  Qui in Italia, la figura dell’immigrato ridotto alla condizione di senza diritti, costituisce l’elemento indispensabile per indebolire la struttura legislativa che garantisce i diritti essenziali dei lavoratori italiani, considerati con costi troppo alti per il "target" del profitto del capitale. Un indebolimento che è accompagnato dal più alto sfruttamento di mano d’opera immigrata senza diritti e a buon mercato. Quindi un doppio scopo: indebolire i diritti del lavoratore italiano per ridurre i costi del lavoro e, allo stesso tempo, sfruttare il lavoratore immigrato che è già privo di questi diritti. Per questo non c’è un’ apartheid intesa come quella sudafricana. C’è una fusione: fondere il lavoratore italiano con il lavoratore immigrato, che non ha diritti e costa meno. Non a caso le politiche migratorie emanate dalle legislazioni italiane, sono state sempre basate sul lavoro e non sui diritti degli esseri umani. Lo si vede anche nella mancanza di legislazione in Italia nei confronti dei richiedenti asilo politico».
Si parla di un provincialismo degli italiani, che colpisce subito chi viene dall’estero. Che idea ti sei fatto a proposito di questo provincialismo?
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Il provincialismo è il male minore dell’ignoranza. Tuttavia un provincialismo che rivendichi le proprie ricchezze culturali è un segnale di buona salute della società. Quello che danneggia è quel provincialismo infantile da una parte, che rispecchia un’ immaturità della popolazione, e quel provincialismo che sbocca nel razzismo. Con questi tre provincialismi l’immigrato deve fare i conti appena mette piede in Italia. Ci sono aree geografiche del paese in cui prevale una forma piuttosto che le altre, ma la differenza resta nelle singole persone: quelle più mature e quelle più deboli.»
Cosa significa per te la rivendicazione del diritto alla migrazione?
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Basta dare una occhiata al pianeta per vedere chi ha il diritto di migrare e chi no. La rivendicazione, se è autentica, punta a cancellare questi privilegi che pochi esseri umani godono al mondo, che sono gli stessi che godono diritti su tutto, compreso quello di vivere a discapito degli altri. Basta pensare che un italiano può viaggiare (emigrare) in ogni angolo del mondo e, quasi tutti gli abitanti dei quegli stessi angoli, non potranno mai restituire la cortesia. Basta pensare che non tutti emigrano per piacere o per amore. C’è chi lo fa per fame, per disperazione sociale, per scappare da una guerra che non ha voluto o per scappare dalla morte sicura. Un dato su tutti: oggi la popolazione mondiale è appena al di sopra i 6 miliardi e supererà entro il 2050 oltre 8 miliardi. Di questi 2 miliardi di nuovi nati, il 90% nascerà dove non c’è acqua potabile, non c’è cibo per tutti o c’è ( e se non c’è la si fa Ad Hoc) una guerra in corso.  La FAO, l’organo internazionale per l’alimentazione, dichiarò nella conferenza di Roma nel ’96, la probabile morte per fame e malattie facilmente guaribili di 1.800 milioni di esseri umani entro i primi 50 anni del terzo millennio. Basta chiedersi per un’ attimo dove "emigrerà" questa immensa massa di disperati. È sufficiente, dunque, pensare a tutto ciò per capire subito che il diritto alla migrazione nasce come conseguenza del diritto alla giustizia, alla libertà, alla solidarietà e poi, in fin dei conti, alla pace».

Migrantemente
a cura di Sabatino Annecchiarico
Editrice Missionaria Italiana
pag. 192
€ 10,00

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Pubblicato il 05 Novembre 2005
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