Maroni – Bersani, un duello spumeggiante

Non si fanno troppo male i due avversari alla festa della Lega: riforma della Costituzione, economia, lavoro ed Europa al centro del dibattito

Con una metafora calcistica, si potrebbe dire che Pierluigi Bersani (foto) ha strappato un sofferto pareggio esterno su un campo difficile, con una tifoseria caldissima e arbitro e guardalinee non esattamente imparziali. L’esponente DS ha "duellato" con il ministro del Welfare Roberto Maroni a MalpensaFiere, nella seconda serata della Festa nazionale della Lega. Molta la carne al fuoco, per un dibattito sostanzioso e non privo di punti d’incontro, pur nella radicale differenza delle opinioni. A moderare il confronto, Gianluigi Paragone, direttore de "La Padania", e ospite inatteso ma gradito del dibattito l’europarlamentare bustocco Francesco Speroni.

Su riforma costituzionale, azione di governo, economia, lavoro ed Europa è stato confronto vero, ma sempre civile, tra i due esponenti politici. In tema di Costituzione, nel deplorare la mancanza di chiarezza del nuovo testo voluto dal centrodestra Bersani ha rivendicato di essere un autonomista, attirandosi boati di disapprovazione dal pubblico di fede leghista per essersi definito un autonomista di lungo corso – "noi al governo a Roma non ci potevamo andare, una volta, ci siamo costruiti in provincia" – e per aver dichiarato che sanità, istruzione e sicurezza non possono essere lasciate al mercato o alla ricchezza delle singole regioni: "sui servizi di base non ci sono siciliani, emiliani o lombardi". Speroni ha cercato di smussare gli aspetti problematici della devolution, giocando sui suoi vantaggi pratici come ad esempio la possibilità di rivolgersi a Milano, anzichè a Roma, per aprire una nuova scuola in un Comune lombardo; e sul fatto che costituzionalisti di destra e di sinistra vedono nelle riforme costituzionali un grosso pasticcio, ha detto che anche i calabroni, secondo gli esperti di aerodinamica, non dovrebbero poter volare, eppure se ne fregano e volano lo stesso.

"Bersani parla chiaro, non come Follini; è stato anche un buon ministro dell’industria, e tornerà ad esserlo, fra quattro o cinque legislature" ha ironizzato Maroni, citando il federalismo come cura per i mali dello stato. "La Sicilia è un esempio da imitare: infatti si tiene i suoi soldi" ha dichiarato il ministro. Bersani ha ribattuto che la regione Sicilia "fa quel che fa perchè prende soldi dallo Stato", e che Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna sono le uniche quattro regioni che danno più di quel che prendono: "se anch’esse facessero come la Sicilia, salterebbe l’Italia" ha risposto, scatenando gli applausi ironici dei militanti leghisti.

In tema di lavoro Maroni rivendica i successi del centrodestra: "In piena crisi i posti di lavoro sono aumentati costantemente grazie alla legge Biagi, e l’88% dei nuovi contratti è a tempo indeterminato. In ogni caso, meglio il tempo determinato che essere impiegati in nero". "Il fenomeno era iniziato già nel ’97 con il pacchetto Treu" lo ha corretto Bersani, osservando poi: "vorremmo poter criticare la legge Biagi senza dover criticare una persona cui abbiamo voluto bene", un indiretto riferimento alla contestata intitolazione della normativa sul lavoro al giuslavorista assassinato dalle nuove Brigate Rosse. Bersani ha ribadito che "serve ritoccare la legge Biagi, eliminando la pletora di tipologie contrattuali e studiando presidi di welfare per i giovani: con la Biagi siamo andati troppo in là". Siamo il Paese che fa meno figli al mondo, osservava Bersani, al che Paragone non ha resistito: "Lo credo, volete far sposare gli omosessuali!". Dopo questa brillante analisi della crisi demografica italiana, si è continuato a parlare di occupazione ed economia: Maroni non ha mancato di lanciare frecciate alla Fiat e al presidente di Confindustria Montezemolo, mentre Speroni descriveva le storture del sistema cinese, che sta mettendo alle corde l’industria italiana con la sua concorrenza selvaggia e senza regole. Bersani ha spiegato che i dazi non basterebbero, e che "per affrontare la Cina serve il fisico": dunque bisogna fare sistema a Bruxelles, partendo dalla creazione di una vera Europa politica capace di parlare con una sola voce.
E qui emergono le pesanti divisioni che lacerano l’Unione Europea, con una Germania in attivo nel commercio con il gigante dell’Estremo oriente, e che si oppone a misure difensive, lesive per i propri interessi ma disperatamente necessarie per i nostri. "Il modello di Europa basato sugli stati-nazione è fallito" ha sentenziato Maroni: "serve l’Europa dei popoli e delle regioni". Anche per l’europarlamentare Speroni la UE non è, alla fine, che "una banda di mercanti". Visioni difficili da conciliare, ma che nondimeno identificano in Bruxelles il punto chiave su cui bisognerà lavorare per recuperare autorevolezza.

 

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Pubblicato il 22 Gennaio 2006
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