Castiglioni: «Parigi-Dakar, ci piacerebbe tornare»
Al via da Lisbona il raid africano, che vide protagonista per molti anni la squadra ufficiale della Cagiva, vincitrice di due edizioni
Un’avventura lunga quattordici anni che è rimasta nella storia del motociclismo italiano e internazionale. La sfida varesina alla Parigi – Dakar (sabato 6 scatta da Lisbona la 29a edizione del raid) è stata soprattutto questo: una straordinaria intuizione che si è trasformata in un successo altrettanto travolgente sia sul piano sportivo, sia su quello industriale e tecnologico. Lo racconta a VareseNews Claudio Castiglioni (foto sotto), il patròn che ha portato la Cagiva a vincere sia sulle dune africane sia sui circuiti del Motomondiale. Esportando con successo il nome della nostra città.
Dottor Castiglioni, come nacque l’idea di far partecipare la Cagiva al raid Parigi – Dakar nel 1985?
«La nostra fu anzitutto una scelta tecnica: avevamo bisogno di collaudare i motori per la nuova serie della Elefant. Ci dicemmo: "Quale campo è migliore di quello dakariano? Se le moto non si rompono in quel contesto non si rompono più…". Poi ci fu la passione di Azzalini che si mise anima e corpo nel progetto e la voglia di competere in una sfida vera con le moto giapponesi».
Quanto tempo ci voleva per preparare una spedizione alla Dakar?
«Il team preposto lavorava per tutto l’anno alle evoluzioni della moto. Si tornava da un raid e si iniziava a preparare quello successivo».
Quali sono i ricordi che le sono rimasti più impressi di quelle avventure?
«I primi sono legati agli albori, agli anni in cui partecipammo senza cogliere grandi risultati. Anni di sofferenze, quando eravamo incollati al telefono per attendere chiamate fatte in condizioni davvero difficoltose, e ascoltare classifiche che diventavano ufficiali solo dopo alcune ore. Poi la mente corre a quel maledetto grave incidente occorso ad Auriol, caduto a pochi chilometri dal traguardo con la vittoria in tasca. Infine i trionfi di Orioli, le gioie del 1994 quando dominammo la gara».
Si può dire senza dubbio che la partecipazione e le vittorie africane abbiano portato un grande ritorno commerciale all’allora Gruppo Cagiva?
«Sì, ma non solo. Dalla Dakar ottenemmo moltissimo anche dal punto di vista tecnologico. Come dicevo in precedenza, quello fu un ottimo banco di prova per le nostre moto e per i materiali che utilizzavamo».
Quali sono stati i suoi piloti preferiti?
«Due su tutti, Auriol e Orioli (foto a lato) per quello che hanno portato ai nostri colori. Poi riconosco il grande contributo dato da Ciro De Petri, che andava fortissimo e talvolta esagerava. Infine penso sempre con affetto e doloro a Gian Paolo Marinoni, che morì poco dopo la Dakar del 1986 corsa con la nostra moto».
L’avventura, a livello di moto ufficiali, terminò nel ’98, edizione in cui Sotelo conquistò la 59a prova speciale. Come mai prendeste quella decisione?
«Per due motivi. Anzitutto finì l’accordo con la Lucky Strike che ci sponsorizzava attraverso il marchio Lucky Explorer con cui ottenemmo grandi successi. Inoltre ritenemmo che la Dakar stava andando in una direzione troppo pericolosa; i rischi ci sono sempre stati, ma in quegli anni erano troppi in relazione all’assistenza offerta. Si voleva esagerare, e questo non ci andava bene».
Lei crede che rivedremo ancora una Elefant calcare i deserti africani?
«Perché no: vale quello che ho detto. È il miglior terreno per testare le moto. Tant’è vero che l’idea di tornare a disputare la Dakar c’è davvero. Il progetto è ancora agli albori, ma in un paio d’anni potremmo anche realizzarlo. Naturalmente sempre con il marchio Cagiva».
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