Le strade dell’adolescenza
Paolo Paliaga riflette su un'età difficile, critica, di ricerca e che spaventa più gli adulti che chi la vive
La vita si cerca quando ci sfugge.
E’ vero che l’adolescenza è un’età critica perché non si è più ragazzi e non si è ancora adulti e come tutti gli stati di mezzo creano disagio, imbarazzo e un senso di precarietà dell’identità. Ma è anche un’età incredibile dove si pensa che il mondo sia ai nostri piedi e che con l’entusiasmo dei pensieri e la forza del corpo si può cambiare il mondo o piegarlo ai nostri desideri. L’adolescenza è comunque un’età che non si può ignorare e che non può lasciare indifferente il mondo degli adulti e le istituzioni. Ma la ricerca della vita che vive e il desiderio di esperienze forti perseguite dagli adolescenti può talvolta far imboccare strade scomode, pericolose, disagevoli e inutili. Così, più la società è repressiva, più i giovani reagiscono con esperienze di trasgressione. Forse è vero che ci sono casi di consumo di cocaina ma bisogna mettere le cose un po’ in ordine e provare ad osservare il fenomeno da una prospettiva più ampia. Mi spiego: primo bisognerebbe avere dati certi e confermati sull’uso di cocaina presso i giovanissimi e comprendere se si tratta di un fenomeno importante e in crescita oppure solo di casi isolati; secondo bisognerebbe verificare quanto non sia lo stesso sistema dei media – in una tragica spirale perversa – a creare un allarme che genera esso stesso il problema, come fu ai tempi dei sassi dai cavalcavia: più se ne parlava e più bande di giovinastri trovavano interessante e “alla moda” gettare pietre sulle auto di passaggio. Questo si è ripetuto anche recentemente con i fatti di bullismo ripresi dai telefonini all’interno delle scuole. Del resto le notizie sono merci e quindi vanno sapute vendere. Questo può creare grossi malintesi.
Poi c’è il problema della deresponsabilizzazione. Genitori sempre più in difficoltà chiedono sempre di più alle istituzioni come la scuola, i centri sportivi, la chiesa, il partito di occuparsi dei loro figli adolescenti che loro non riescono più a comprendere, sottraendosi talvolta alla responsabilità del loro ruolo. E’ vero, essere genitore è difficile e richiede impegno. Non possiamo sommergere un giovane di tecnologia e sperare poi che divenga un cittadino sensibile, colto e interessato agli altri e al mondo. Il giovane, intossicato di tecnologia ha bisogno di semplici esperienze autentiche di relazione: con gli adulti, con i coetanei, con la natura. Questo è il compito di essere genitori oggi: stare cono loro, fargli fare esperienze, illustrare un po’ il cammino e confrontarsi con le diverse esperienze di generazioni che cambiano velocemente. Loro sanno ascoltare se ben interpellati.
Al di là della dubbia efficacia di posizionare minacciose auto delle forze dell’ordine davanti alle scuole, non so quanto senso abbia trasformare un eventuale problema di saltuario uso di stupefacenti in una questione di ordine pubblico. Se alcuni ragazzi giovani fanno uso di cocaina allora si devono mettere in moto meccanismi più complessi, che vanno dai genitori, ai professori, a tutto il sistema di relazioni che coinvolgono i ragazzi per individuare la natura, l’entità e la profondità del fenomeno, per poi creare le condizioni per arginarlo e sconfiggerlo. La pantera dei carabinieri rassicura molto di più il mondo degli adulti di quanto non riesca a contenere o a dissuadere un piccolo spacciatore. Se il problema c’è, occupiamocene tutti fin da ora, ma se non c’è, non creiamo profezie che si auto-realizzano.
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