Tecnologie open: “Un’occasione per le istituzioni”
Lionello Bellin ci spiega i vantaggi delle tecnologie open source e dei formati aperti per le istituzioni. Che solo ora si avvicinano al problema
Tempo fa parlammo della migrazione di BPU, e anche il Parlamento francese sembra ormai convinto al passaggio. L’abbandono di soluzioni software commerciali a favore di software open source, e formati aperti, è ormai un tema di attualità non solo per le aziende private, ma anche per le istituzioni italiane, che iniziano ad interessarsi ad una tematica così delicata molto lentamente.
Tra non molto, probabilmente, anche in Regione Lombardia sarà proposto un disegno di legge che spinga all’uso di formati aperti nel sistema informatico istituzionale, su proposta del Presidente della IV commissione Saffioti. Ma cos’è un formato aperto e quali vantaggi comporta? «Un formato aperto può essere leggibile da software differenti», ci spiega Lionello Bellin, socio fondatore di LinuxVar, «Al contrario i documenti prodotti da programmi come Word di Microsoft sono in formati chiusi, questo ad esempio significa che due versioni differenti di Word, come Word 97 o Word 2000, non assicurano la capacità di leggere vicendevolmente i documenti. Si tratta di una politica commerciale che spinge chi fa uso di questi sistemi a dover aggiornare continuamente le applicazioni, cosa che invece non accade con un formato aperto, che è uno standard sfruttabile da tutti».
Per essere precisi il discorso dei formati aperti è differente, e più recente, di quello dei software liberi, cioè di quei programmi scritti in un codice pubblico. In realtà, tuttavia, molto spesso le due tematiche sono intimamente legate, perché è altamente probabile che un software libero produca documenti in formati aperti. Dal punto di vista di un’istituzione burocratica, come può essere una regione, la compatibilità e la sicurezza dei sistemi sono principi irrinunciabili, e in questo senso formati e tecnologie open potrebbero rappresentare un’occasione. «Ovviamente bisogna sempre analizzare il singolo caso e le repliche delle controparti, precisa Bellin, ma in molti casi le istituzioni potrebbero avere anche un discreto risparmio economico».
Come tutte le burocrazie, tuttavia, il cambiamento strutturale verso il nuovo spaventa, soprattutto dal punto di vista dei costi… «Ma non sempre è così, replica Bellin, proviamo ad allargare il discorso ai sistemi operativi, come Linux: non devono essere pagate royalty per ogni installazione su ogni pc, in genere si hanno costi di assistenza e addestramento del personale. Ma l’addestramento del personale potrebbe essere necessario anche per soluzioni software commerciali, mentre l’assistenza può essere affidata a un esperto interno all’azienda».
E visto che le istituzioni maneggiano anche i nostri dati personali, forse può essere interessante sapere se il passaggio informatico a tecnologie open possa veramente dare un valore aggiunto in termini di sicurezza: «Io sono un utilizzatore più che un esperto di sicurezza, ma so che se anche la sicurezza al 100% non esiste mai, per i programmi a codice aperto i problemi si risolvono più in fretta. Questo perché chiunque può individuare il baco consultando il codice, e denunciarlo a chi lo distribuisce magari già proponendo una soluzione. Per quanto riguarda i programmi commerciali, invece, il codice può essere consultato e sistemato solo da chi lo detiene».
Con tutti questi vantaggi, allora se le istituzioni non si sono ancora approcciate seriamente a queste tematiche allora è veramente solo per paura del nuovo? «Spesso le istituzioni temono il cambiamento per natura, quello che mi sento di dire, non ad una istituzione in particolare ma al sistema in generale, è che visto che comunque il sistema informatico comporta la gestione di soldi pubblici, sarebbe giusto prendere almeno coscienza del problema, analizzarlo. Con una nuova apertura mentale».
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