Accardo: «La musica salverà il mondo»
Il grande violinista parla della situazione della musica colta in Italia, della mancanza di spazi per i giovani e della riforma "incomprensibile" dei conservatori
Il maestro Salvatore Accardo è un grande violinista, celebrato in tutto il mondo. Da sempre è vicino ai problemi concreti dei giovani musicisti, soprattutto in un periodo storico dove gli spazi e le occasioni riservati alla musica classica sono sempre meno. In Italia, più che in altri Paesi, ci sono dei veri talenti che hanno difficoltà a farsi sentire, a trovare concerti e quindi a farsi apprezzare.
Maestro, perché in Italia, nonostante le grandi individualità che esprime in campo musicale, c’è questa situazione?
«La verità è che le istituzioni non aiutano la musica. Il Governo non ha fatto e non fa nulla per risolvere questa situazione. Io ci speravo, eppure la situazione è sempre la stessa. È frustrante per un giovane e bravo musicista non potersi esibire perché non ci sono occasioni o esibirsi per miseri cachet . Ci sono così persone che non hanno un lavoro, mentre potrebbero averne uno meraviglioso».
Ma se lo Stato non interviene, potrebbero pensarci anche sponsor privati.
«Se non è incentivato a farlo, perché un privato dovrebbe aiutare un’orchestra?».
Lei tiene molti concerti all’estero, che cosa la colpisce rispetto alla situazione italiana?
«Da noi chiudono le orchestre, mentre in Germania, ad esempio, ogni città ha la sua orchestra: Dortmund, Duisburg, Karlsruhe. Berlino addirittura ne ha otto. La musica viene percepita come un valore».
Quanto ha influito la separazione netta che c’è in Italia tra cultura umanistica e cultura scientifica?
«Questo è un vero problema e ha a che fare con la necessità di formare un nuovo pubblico. Se parlo con un professionista all’estero, è difficile che non sappia di musica, perché fa parte del suo bagaglio culturale. In Italia si vive a compartimenti stagni, grazie anche alla televisione e al ruolo marginale a cui è stata relegata la musica nella scuola pubblica».
Si parla sempre dei giovani che sono poco attenti alla musica colta. Qual è il modo migliore per avvicinarli?
«In alcune società la musica è un elemento fondante, direi un collante sociale. Sono stato recentemente in Venezuela e ho assistito a una cosa meravigliosa: la nascita di centinaia di orchestre giovanili, grazie a un progetto del maestro José Antonio Abreu che ha tolto dalla strada moltissimi giovani dando loro uno strumento da suonare. La musica d’insieme crea legami, confronto, capacità di ascolto».
La musica contiene, dunque, un messaggio salvifico.
«Certo, è difficile trovare ragazzi tossicodipendenti o drogati tra i musicisti. Gustavo Dudamel, uno dei direttori d’orchestra più talentuosi in circolazione, arriva dall’esperienza venezuelana. C’è un grande valore positivo nella musica, ma questa cosa non entra nella testa dei nostri governanti».
Che cosa pensa dell’attuale riforma dei conservatori? Potrebbe contribuire a risolvere questa situazione?
«Io non ci ho capito niente e, come me, anche il mio amico Bruno Canino. Eppure, lo conosciamo un po’ questo mondo. Nell’insegnamento bisogna puntare alla qualità e non alla quantità. A che serve diplomare un musicista con dieci e lode se poi non sa nemmeno appoggiare l’archetto sulle corde del violino».
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