«L’Italia ha perso la sua prima guerra di Cina»

Lo sostiene con buone ragioni Alberto Forchielli, presidente dell'Osservatorio Asia, snocciolando cifre e fatti da mzozare il fiato sullo sviluppo del Paese di Mezzo

Alberto Forchielli, presidente dell’Osservatorio Asia, è uno per cui la Cina è vicina, anzi di più: ci vive. A Hong Kong, classico "balcone privilegiato", con Shanghai, degli occidentali che assistono con autentico timore reverenziale allo sviluppo del dragone cinese, un evento epocale «paragonabile alla scoperta delle Americhe» e che avviene su una scala che persino un americano, per l’appunto, faticherebbe a comprendere.

«L’Italia ha clamorosamente perso la sua prima guerra di Cina» sentenzia Forchielli, mozzando il fiato a suon di cifre e fatti all’uditorio del convegno gallaratese su competitività e mercati mondiali. E non è finita. L’Italia è il più sconfitto degli sconfitti. È stato strabattuto nella produzione dei suoi settori industriali, quelli definiti "maturi" (tessile, calzature, abbigliamento su tutti), e l’insaziabile richiesta di materie prime del gigante cinese ha fatto lievitare i costi di quei materiali indispensabili che a noi, come ai cinesi, mancano da sempre.

I dati sarebbero incredibili, non fosse che sono veri. «Da 26 anni la Cina cresce a un ritmo medio del 10% all’anno: nella storia dell’umanità mai si è visto alcunchè del genere». Cionostante «la Cina è poverissima: ha poco petrolio e gas, poco o niente legname, ferro, bauxite. Ha solo una gran quantità di carbone, che sostenta per il 75% la loro produzione energetica». Inquinando in modo spaventoso: le città cinesi fanno sembrare un sanatorio di montagna anche Milano in un mattino d’inverno col PM10 a mille. In più la Cina, con il 7% delle terre arabili al mondo, ha il 25% della popolazione: si parla di otto persone per ettaro coltivabile, una mostruosità che fa rivalutare la saggezza della politica del figlio unico – peraltro applicata con eccessiva durezza e causa di futuri serissimi problemi.

La Cina ha altri numeri che lasciano basiti. Il tasso di risparmio è del 50% circa (da noi ci si considerava "formiche previdenti" al 25%); quello di investimenti, idem. In pratica, i cinesi non consumano: lavorano, costruiscono, mettono da parte, e basta. È chiaro che una situazione del genere non può continuare in eterno e ha i suoi perchè. Uno è che nella transizione all’economia di mercato il sistema di protezione sociale è crollato: da qui la tesaurizzazione di massa. In Cina si paga tutto: sanità (solo l’11% della popolazione è coperto dalla previdenza, e una percentuale simile prende una miserrima pensione), servizi vari, perfino la scuola elementare per i bambini. Solo ora il governo sta cercando di ricostruire una rete di protezione sociale.

Ma il dato che più stupisce è quanto l’esplosione cinese sia frutto dell’apertura al capitale straniero: i due terzi dell’ingentissima produzione industriale si devono alle sole multinazionali estere. Marchi cinesi per ora ce ne sono ben pochi. Sono le aziende straniere, americane soprattutto, che hanno delocalizzato in Cina per poi rivendere a 100 dollari quello che usciva dalla fabbrica a 10. «Il saggio di profitto dell’economia USA è ai massimi storici grazie alla Cina» spiega Forchielli. «E Wall Street ha aumentato la sua capitalizzazione di 3000 MILIARDI di dollari (fate un po’ voi il conto in vecchie lire, ndr) grazie alla Cina. A differenza di Corea e Giappone l’economia non è cresciuta sui complessi industriali locali, ma sugli investimenti stranieri». Con queste cifre, le riserve in valuta accumulate dal governo di Pechino superano i 1500 miliardi di dollari. Soldi che prima o poi sarano spesi in investimenti, acquistando non più solo miniere e pozzi di petrolio, come oggi, ma anche marchi, aziende… «Già ora il Congresso del Popolo ha tolto le condizioni fiscali di favore agli investitori esteri, a meno che non portino tecnologia o si insedino in aree povere – non ne hanno più bisogno».

Chi si aspetta lo "sboom" per l’aumento del costo del lavoro si dovrà ricredere: c’è un "esercito di riserva" di 800 milioni di poveri e poverissimi nelle campagne della Cina profonda, dove si vive ancora come ai tempi del defunto e (ufficialmente) rimpianto compagno Mao. La Cina «è molto meno "comunista" dell’Italia, quanto ad apertura economica» aggiunge Forchielli (e anche quanto a diritti sindacali, ndr). Di "comunista" restano il partito unico e l’oppressione politica. Punto. Finchè il bacino di aspiranti avoratori pronti a tutto non sarà esaurito, il costo del lavoro non crescerà, a meno di eventi traumatici: e di fatto non appare crescere da 25 anni in qua. Più facile che a spezzare la schiena del cammello cinese siano altre pagliuzze: l’inquinamento insensato e insostenibile, la carenza d’acqua per un’agricoltura superintensiva che a malapena sfama un miliardo e trecento milioni di bocche, piuttosto che una crisi generale della domanda mondiale da cui lo sviluppo cinese dipende per intero. O ancora, l’invecchiamento della popolazione e lo squilibrio tra maschi e femmine, spettri che la politica del figlio unico ha reso reali.

Per questi motivi Forchielli non è sicuro che la Cina possa sostenere questi ritmi ancora per molti anni in futuro: ma farsi illusioni sarebbe sbagliato. E l’Italia? «Ai cinesi siamo simpatici: non li abbiamo colonizzati nè oppresi. Studiano con passione la nostra storia, soprattutto l’impero romano, che è molto popolare, amano il nostro calcio… Ma non contiamo niente, appena l’1% del loro import-export». Una cifra che disegna l’importanza che avrà l’Italia negli scenari di domani: trascurabile. L’unica soluzione, avverte Forchielli, è di investire in Cina e produrre lì, cosa che finora non è stata fatta dalle imprese italiane, troppo piccole o non interessate; e in futuro di convincere i cinesi a integrare l’Italia nel nuovo sistema economico – comprando da noi o usandoci come piattaforma logistica. E se gli imprenditori italiani avranno saputo farsi largo nel Paese di Mezzo, solo in quel caso, si potrà dire che in fondo la prima guerra di Cina non è poi andata così male.

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Pubblicato il 21 Marzo 2007
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