Caso Trotta: le ragioni svizzere
Parlano il Giudice tutelare ticinese, e il tutore legale. Che riferisce anche le parole della moglie
Non è un braccio di ferro. E’ una voglia di puntualizzazione sul metodo quella che ha convinto le istituzioni svizzere a richiedere il ritorno in patria di Antonio Trotta, il cittadino italiano in coma da due anni, che la sua famiglia vuole torni ad Albizzate.
Per la commissione tutoria, il corrispondente svizzero del giudice tutelare italiano, non ci sono infatti elementi aprioristici che impediscano a Trotta di curarsi in Italia. Il problema, semmai, è nel metodo con cui la famiglia lo rivorrebbe presso di sé: “Posso capire che la sua famiglia voglia prendersene cura personalmente – spiega Marzia Borradori Vignolini, avvocato, presidente della commissione tutoria di Losone, competente per Antonio Trotta – ma in questi mesi c’è stata una mancanza di comunicazione nei nostri confronti”.
La Borradori Vignolini ricorda come “Il tribunale italiano abbia riconosciuto pieni poteri all’attività tutoria svizzera (con sentenza dei primi di maggio, ndr). E il rientro in Svizzera l’abbiamo chiesto, dopo aver concesso già di andare in Italia, perchè abbiamo visto che la famiglia stava prendendo iniziative proprie, senza comunicarcele”.
E’ perciò una questione di metodo quella che ha creato l’attrito tra tutore svizzero e famiglia italiana? Nell’udienza, svoltasi meno di una settimana fa a Losone, alla quale ha partecipato la famiglia: “Abbiamo chiesto loro la documentazione riguardante i requisiti del luogo in cui verrà accudito Antonio Trotta e la copertura delle spese a cura dell’asl – spiega la Borradori – Se saranno rispettate le richieste, a fine estate prenderemo una decisione sulla possibilità di mantenere in Italia il Trotta. Che, anticipo già, non ci vede contrari. Noi non abbiamo nulla in contrario che torni in Italia: ma vogliamo che succeda nella regolarità, seguendo le decisioni che spettano a chi ha la tutela del Trotta, tutori che anche l’Italia ha riconosciuto”.
Anche per il tutore nominato dal tribunale su segnalazione della moglie di Trotta, Giuseppe Chianese, non ci sono, almeno a parole, problemi aprioristici nel far tornare Trotta in Italia. Ricorda di essere un amico della famiglia Trotta, “fino a 4 mesi fa eravamo in ottimi rapporti. Ma ora sono un nemico per loro e non vogliono più vedermi” e riferisce le parole che la moglie di Trotta , sposata nel 1993 in chiesa a Varese e con cerimonia civile ad Ascona,ha chiesto di riportare, anche se non direttamente:“io non voglio vedere morire mio marito. Voglio stargli vicino come ho fatto finora. Ma ho paura che, portandolo in Italia, la sua famiglia mi impedisca di vederlo”.
Del caso, nel frattempo, se ne è occuapata anche la Rtsi, la televisione svizzera italiana: in un servizio per "Il Quotidiano" firmato da Luigi Maffezzoli. Che è possibile vedere, per chi non ha il segnale digitale, anche in rete a quest’indirizzo, sotto il titolo "Caso Welby al contrario?".
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