Garibaldi, eroe “bicentenario”

Nasceva a Nizza il 4 luglio 1807 uno dei personaggi più popolari e più stimati all'estero della storia recente d'Italia, ricordato per il coraggio e la generosità

Chissà cosa direbbe Giuseppe Garibaldi se si materializzasse oggi, a due secoli esatti dalla sua nascita, nell’Italia di oggi. Troverebbe alcuni fervidi ammiratori e non pochi detrattori, usciti allo scoperto di recente: forse finirebbe per rimpiangere di essersi impicciato di politica e di non aver continuato a fare il marinaio. Fu vera gloria la sua? Senz’altro: uomo del suo tempo, Garibaldi fu una figura centrale dell’epoca romantica, apertasi sotto Napoleone e agonizzante oggi, con la cosidetta "morte delle ideologie" e il trionfo sotto nuove spoglie delle idee combattute per due secoli dagli illuministi e dai loro discendenti liberali e socialisti. A noi non resta che ricordare la vita straordinaria e ricca di eventi di un personaggio che, nel bene più che nel male, ha fatto l’Italia più di tutti gli altri messi assieme, con la possibile eccezione di Cavour.

Quello che divenne l’Eroe dei Due Mondi nacque il 4 luglio 1807 a Nizza, città allora dominata dalla Francia napoleonica ma italianissima, anzi ligure. La stessa Nizza oggi felicemente francese, dopo la cessione ai cugini d’Oltralpe nel 1860, per ringraziarli d’aver regalato la Lombardia, strappata all’Austria, al regno dei Savoia. Da giovane Garibaldi decise di fare il marinaio come papà Domenico, originario di Chiavari, che pure avrebbe voluto fargli fare una vita meno dura. Girò il Mediterraneo, ebbe il suo battesimo del fuoco in una scaramuccia con i pirati musulmani che ancora infestavano il Mare Nostrum, e si appassionò alle prime idee socialiste conoscendo degli esuli politici seguaci di Henri de Saint-Simon. La simpatia per la causa dei più poveri, e in genere dei più deboli, non l’avrebbe abbandonato mai. Entrato nei circoli mazziniani della Giovine Italia, cospiratore contro il Regno di Sardegna di cui era suddito, sfuggì per un pelo alla repressione poliziesca dei sardo-piemontesi e riparò in Sudamerica. Qui comincerà a costruire la sua leggenda.

Nel 1837 Giuseppe Garibaldi si mise al servizio dei ribelli del Rio Grande do Sul, repubblica secessionista in guerra con l’Impero del Brasile. Dopo alterne, clamorose avventure, durante le quali combattè battaglie per terra e per mare, fu torturato dagli argentini e trovò moglie (la famosa Anita, che lo seguì fino alla morte), riparò in Uruguay, difendendo armi in pugno questa piccola repubblica dale mire dell’Argentina. L’Italia gli era rimasta nel cuore, comunque, e nel 1848 vi tornò per partecipare alla rivoluzione contro i regimi assolutisti, combattendo nella Prima Guerra d’Indipendenza e poi alla testa della sfortunata Repubblica Romana. Inseguito dagli austriaci, vide la povera Anita morire di sfinimento vicino a Comacchio, poi riuscì a riparare in Nordafrica, da lì a New York, ospite di Meucci, l’inventore del telefono, e infine in Perù. Tornato in Italia nel 1854, si comprò metà dell’isola di Caprera e si mise a fare il contadino.

Cinque anni dopo Garibaldi prese parte con i suoi Cacciatori delle Alpi alla Seconda Guerra d’indipendenza, sconfiggendo gli austriaci proprio nelle terre d’Insubria, tra Luino, Varese e Como. L’anno seguente, con un migliaio di volontari e il tacito supporto della flotta britannica, andò all’assalto del regno di Napoli, liberando la Sicilia per poi marciare, con un esercito fattosi enorme lungo la strada, sulla capitale e spezzare la resistenza borbonica sul Volturno.

Consegnato il regno conquistato a Vittorio Emanuele II, novello re d’Italia, Garibaldi, pur eletto al Parlamento, preferì ritirarsi a Caprera. Mangiapreti feroce e inveterato anticlericale fino all’ultimo, tentò poi due volte di strappare Roma al Papato; la prima, nel 1862, fu fermato dai piemontesi all’Aspromonte, la seconda, cinque anni dopo, dai fucili a ripetizione francesi a Mentana e Monterotondo. Nel frattempo, nel 1866, aveva trovato il modo di ottenere contro l’Austria l’unica vittoria della Terza guerra d’indipendenza, a Bezzecca: una vittoria resa inutile dalla mancata cessione all’Italia del Trentino. Infine, dimentico dei passati dissapori per la questione romana, Garibaldi accorse nel 1870-1871 in aiuto della Francia sconvolta dall’invasione prussiana, ottenendo una simbolica vittoria a Digione. Fu la sua ultima battaglia; morì nel 1882 a Caprera, anziano e famosissimo, probabilmente molto più apprezzato all’estero che in patria, dove la sua figura nel tempo fu sfruttata un po’ in tutti i climi politici, e raramente a proposito.

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Pubblicato il 12 Luglio 2007
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