Il primario di Lugano:”Tornare a casa, una buona idea”

Colloquio con Robeto Malacrida, dirigente del dirigente della divisione di terapia intensiva dell'ospedale civico di Lugano dove Trotta è stato ricoverato dal 2005

Ha la voce serena, al telefono: niente sospetti e rancori per quella giornalista che dall’Italia aveva raccontato una storia che così pesantemente coinvolgeva il suo ospedale. Semplicemente, ha l’aria di non vedere l’ora di poter precisare una posizione, umana e professionale, riguardo un caso che ha seguito fino all’ultimo, che evidentemente ha causato delle scelte meditate. E che, probabilmente, sapeva fin da subito toccare corde delicate, come quelle della sofferenza e del dolore dei parenti.

E così Roberto Malacrida (nella foto), professore di etica clinica all’università di Ginevra, dirigente della divisione di terapia intensiva dell’ospedale civico di Lugano, nonché segretario del Comec, l’organo di controllo etico cantonale che ha poi "consigliato" di evitare l’accanimento terapeutico esordisce nella conversazione così: “Innanzitutto: la specialista che hanno interpellato (La professoressa milanese Cecilia Morosini ndr), ha consigliato loro di farlo rientrare al suo domicilio, tra gli affetti dei genitori. Che è la cosa più bella e corrisponde al nostro atteggiamento. E francamente, sono d’accordo anch’io che sia una buona idea – spiega Malacrida – Quel consiglio, però, non racconta nulla dell’atteggiamento che quella stessa professoressa avrebbe in caso di aggravamento del paziente. Quello espresso dalla commissione etica cantonale, che è un consiglio e non ha alcun valore coercitivo, si occupa invece proprio del caso in cui ci si ritrovi di fronte a un improvviso aggravamento del paziente. Noi li chiamiamo “i casi del venerdì sera” quelli dove i dottori di turno, nella difficoltà di decidere, finiscono per fare troppe o troppe poche cure per il paziente. In questo caso, i medici dell’ospedale avevano già un indicazione scritta, su come comportarsi”.

Secondo Malacrida, quindi, non ci sono intenti che stridono, volontà di curare contro volontà di abbandonare: solo, delel indicazioni pratiche di fronte alle – probabilissime – difficoltà. “Tenga presente, tra l’altro, che il paziente era già stato otto mesi a Basilea, in un centro di riabilitazione considerato tra i migliori al mondo. E da lì era tornato con miglioramenti davvero minimi. In questi casi la statistica dice che c’è una probabilità su mille di migliorare: e fatto questo tentativo è stata maturata la decisione. Non di non fornirgli le necessarie cure, che abbiamo sempre assicurato. Ma di non rianimarlo in caso di complicazioni, che è un’altra cosa. I parenti poi hanno tutto il diritto di decidere di prendersene cura, a casa, anche per 30 anni, come a volte capita. Ma un conto è essere madri, e un conto terapeuti. A noi spettano decisioni diverse”.

Anche per Malacrida però, tentare non nuoce, non è uno sforzo inutile: Per quanto riguarda il tentativo di riabilitazione io non sono per niente contrario – tiene a ribadire – anzi, sono d’accordo sul fatto che un sistema come quello proposto, con cura in un ambiente casalingo e affettivo, abbia maggiori probabilità di dare risultati concreti. Lo so perchè conosco la professoressa Morosini, ne ho seguito a lungo gli studi e la stimo. E so che ha ottenuto grandi risultati lavorando sull’entusiasmo e l’affetto dei cari. Ma penso che anche lei conti di lavorare sul paziente con l’affetto. E non con i macchinari”.

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Pubblicato il 17 Luglio 2007
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