Passa anche da Busto la lotta alla grande sete dell’Africa

Fratello Fabio Mussi del Pime racconta il Progetto pozzi in atto nel nord del Camerun: venerdì 20 si raccolgono fondi con una cena etnica

Anche da Busto può arrivare un segnale utile a spegnere la grande sete dell’Africa. Venerdì 20 luglio alle 20 si tiene presso la pineta del Pime (via Lega Lombarda, 20, Busto Arsizio) l’ultimo appuntamento di una serie di cene etniche dedicate ai vari continenti e aree culturali da cui provengono gli immigrati presenti nelle nostre città. Ad organizzare le cene, che hanno già "omaggiato" Africa, America Latina e Asia e questo venerdì ricorderanno i sapori dell’Europa dell’est sono il PIME, le associazioni Sir John e Salam, Migrando La bottega, il corso di lingua italiana per stranieri.  Il menù prevede come antipasto i cetrioli allo yogurt (di tradizione bulgara) e le barbabietole all’ucraina; involtini di riso e carne come primo, peperoni al formaggio greco o gulash per secondo, un dolce turco a sorpresa. Chi volesse partecipare può farlo prenotandosi al 340 8191081 o a Migrando la bottega: 033162270 in orario di apertura. Il contributo di partecipazione è di 13 euro: alla fine della serata i fondi raccolti saranno consegnati a frate Gianluca, responsabile dell’animazione missionaria. Saranno utilizzati a sostegno del progetto del PIME: “un pozzo in Camerun”,  di cui parliamo presso la sede bustese dei missionari con fratello Fabio Mussi, curiosamente omonimo di un noto politico ma… in tutt’altre faccende affaccendato.

Il "progetto pozzi" coordinato dal PIME prende forma nell’estermità settentrionale del Camerun, un territorio lungo e stretto, dalla forma "a becco d’oca", che sulla carta sembra piccolo ma è grande come Lombardia e Veneto messi assieme. La provincia si spinge fino a quelle che dovrebbero essere (e non sono più) le rive del lago Ciad, prosciugato da siccità e prelievi idrici sconsiderati a monte. Ci vivono circa un milione e mezzo di persone di varie tribù locali; la religione prevalente è quella islamica, praticata in forma tradizionale, che raccoglie circa metà della popolazione urbana. Nei villaggi della savana vi sono musulmani, animisti e cristiani, che convivono generalmente in pace: i conflitti sono più che altro quelli, eterni, fra agricoltori e allevatori. La zona non è propriamente desertica ma tropicale ed esposta a carenze d’acqua: per rimediare tre equipe di scavatori realizzano pozzi con metodo manuale (pale, picconi, olio di gomito, e qualche volta degli esplosivi se il suolo è particolarmente duro), una da tre-quattro persone con macchinari particolari coordinata dal volontario laico Umberto Pecchio dell’Alp (associazione laici Pime) e un’altra più specializzata, una esperta squadra di tecnici camerunensi con camion e apparecchiature, opera con delle trivelle. «I pozzi manuali sono naturalmente meno profondi, non scendono oltre i 30 metri e intercettano le vene d’acqua più superficiali. Dove queste scarseggiano, allora si scava con la trivella fino a 100-110 metri per raggiungere la falda freatica» ci spiega fatello Fabio. Più giù non si va, perchè deve rimanere possibile azionare le pompe a mano o a pedali, senza dover fare conto sull’elettricità – che c’è quando c’è, o non c’è del tutto, particolarmente nelle zone più isolate. Ogni pozzo è consolidato con cemento e bordo per evitare franamenti e cadute.

Una delle caratteristiche del progetto è che il PIME non "regala" i pozzi: li finanzia abbondantemente, trova di che pagare chi vi lavora, ma le comunità locali pagano comunque un 10% del costo dell’opera. per un pozzo con perforazione un villaggio può sborsare anche 500-1000 euro, una cifra molto consistente ma che dà un investimento duraturo, la cui sorveglianza viene poi generalmente affidata alle donne, tradizionalmente adibite a procurare l’acqua. La partecipazione economica delle comunità locali, in cui ancora forte e rispettato è il ruolo dei capi locali, «responsabilizza» tutti alla massima attenzione verso un bene così prezioso ed essenziale. Così, solo nell’ultimo anno e mezzo si sono scavati 120 pozzi a mano e 43 con la trivella. Oltretutto, riferisce fratello Fabio, le equipe locali stanno facendo concorrenza ai cinesi, che finora erano gli unici in grado di compiere questi lavori e operavano praticamente in monopolio, facendo i prezzi a propria discrezione.

L’area, entrata sulla città di Maroua, è di confine tra il mondo sudanese islamizzato e quello Bantu cristiano e animista, e quindi al centro di una sorta di contesa strategica: in passato ha conosciuto la jihad dei Fulani, pastori venuti da occidente e fondatori di imperi politico-religiosi, la cui lingua è quella veicolare dei commerci e della cultura. Oggi, come racconta fratello Fabio, avanza l’Islam sponsorizzato dai petrodollari arabi, a suon di iniziative non dissimili da quelle del PIME ma riservate ai villaggi musulmani («Noi i pozzi li scaviamo a chiunque ha bisogno, indipendentemente dalla religione» osserva fratello Fabio). Sul posto il PIME mantiene sei "presenze": quattro di queste sono missioni "classiche" con attività sociale e religiosa, una è il centro Betlemme per le persone abbandonate, con sede a Mouda, fondato da padre Danilo Fenaroli, responsabile locale del Progetto pozzi; infine a Maroua c’è una sede di coordinamento che tiene i contatti anche con l’Italia. Una decina di missionari sono sempre sul posto, con diversi laici che vanno e vengono aiutando in iniziative come quella relativa ai pozzi: "Avevo sete, e mi avete dato da bere".

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Pubblicato il 19 Luglio 2007
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