Un ponte a metà
La sesta puntata del diario di Michele Cimmino, in Bosnia Erzegovina con il Servizio Volontario Europeo
Il caldo soffocante dell’estate erzegovese non risparmia il nostro viaggio in macchina verso Mostar. I finestrini abbassati non sono di alcun sollievo, i quaranta gradi di questo luglio afoso entrano diligentemente nell’auto uno dopo l’altro. Lungo la strada che scende in città, basta alzare lo sguardo all’orizzonte per un istante, e ci si trova davanti al Monte Hum, brulla cresta che avvolge la città dalla sua parte
meridionale. La montagna, con la sua enorme croce cattolica sulla cima, è uno dei simboli della nuova Mostar uscita dalla guerra. In una città a prevalenza musulmana, con minareti in ogni dove, la croce è come sale su ferite ancora da rimarginare. Da quella stessa montagna, le milizie croate diedero il loro contributo alla fine del sogno di un paese multietnico. L’abbattimento del ponte sancì la fine di una città dal settanta per cento di matrimoni misti. Sgretolandosi sotto i colpi di mortaio, la pietra bianca del ponte vecchio divenne il monumento funebre di un paese agonizzante nelle rapide della Neretva. Tutto questo nell’anniversario di un giorno che già faceva parte della storia; il 9 novembre 1993, a quattro anni della caduta del muro di Berlino, le milizie croate crearono qui un nuovo muro. In un solo giorno, le cannonate croate abbatterono quattro secoli di storia. Il ponte che collegava due mondi venne fatto saltare. Nacque così un muro fatto di incomunicabilità, dove minareti e campanili silenziosi si allontanano sempre più sulle opposte sponde del fiume.
“L’hai vista la croce?”, mi domanda sarcastico Hara, “l’hanno messa lì qualche anno fa come simbolo della nuova cattolicissima Erzegovina”. Con un occhio alla strada e uno rivolto verso di me, Hara inizia a spiegarmi tutto il suo disappunto, verso quel simbolo che non aiuta a perdonare. “Sai cosa dicono i croati a proposito della Bosnia Erzegovina?”, incalza Hara, accennando ad un sorriso che gli fa piegare leggermente le labbra agli angoli della bocca. Non so cosa rispondere, titubante osservo la sua mano destra perennemente appoggiata sul cambio, e il capo che si muovo in un convulso ritmo fuori tempo. Un momento rivolto alla strada, e il momento successivo alla ricerca di una mia risposta. Traspare tensione dai gesti di Hara. “Dicono che questo sia il peggiore paese al mondo, perché è l’unico ad avere i musulmani senza avere il petrolio”. La sua risposta è fatta di parole lente, di lettere scandite una ad una. Senza esitazioni nella voce, Hara sembra pronunciare una sentenza. È il giudizio su una città assurta a simbolo delle nuove divisioni del vecchio continente. Il suggello alle nuove paure che fanno della differenza, non solo religiosa, un pericolo. Trascorriamo il resto del tragitto verso la città in silenzio. Il vento dai finestrini diviene quasi un lamento insopportabile.
Arriviamo in città nella
mattinata inoltrata, il caldo rende roventi le lamiere dell’auto. Parcheggiamo e ci dirigiamo verso il ponte, in una camminata avara d’ombra. Sulla sponda ovest, c’è una piccola lapide, poche parole a ricordo del suo assassinio: ‹‹Don’t forget ’93››. Il ponte ucciso dalla guerra è ora ritornato alla vita come una fenice, la descrizione potrebbe quasi assumere toni epici se non fosse per il fatto che la nuova vita non funziona. Il ponte è oggi il fulcro di quello che è il centro della zona est della città, un mondo separato dalla parte occidentale di Mostar. Due città distinte convivono in un solo agglomerato urbano, il ponte non rappresenta più il collegamento fra due mondi, l’oriente islamico e l’occidente cattolico, così come lo era stato per circa quattro secoli.
Durante la guerra, la distruzione del ponte segnò la fine di ogni collegamento fra le due zone della città. Non solo dal punto di vista psicologico, il disastro fu immenso poiché la popolazione musulmana, circa cinquantacinquemila persone, in prevalenza donne e bambini, rimase senza accesso all’acqua potabile. L’unico accesso all’acqua si trovava infatti nella parte occidentale della città, dove la gente tentava di arrivare durante la notte, correndo lungo il ponte e sfidando i cecchini croati.
Camminiamo ora lungo il “nuovo ponte vecchio”, la pietra bianca risplende ancor di più sotto il sole di mezzogiorno, liscia e rilucente nei suoi larghi gradini da calpestare ad ampi passi. Raggiungiamo la sommità del ponte dove alcuni ragazzi raccolgono denaro dai turisti, per tuffarsi nella Neretva. Hara mi dice che si tuffano quando raggiungono la cifra di cinquanta euro, equivalente a circa mezz’ora di colletta. Ci fermiamo ad osservare il brulicare di turisti, migliaia di piedi ignari calpestano il lavoro che tagliapietre turchi hanno fatto per ricostruire il ponte secondo le tecniche originali. Nell’attesa del prossimo tuffo, le macchine fotografiche
lavorano a pieno regime. In una babele di lingue, sono tutti impegnati a scattare foto del ponte, sul ponte e dal ponte. Non è quello originale, la pietra è fin troppo chiara e finemente lavorata, ma il ponte continua ad avere il suo fascino. Sono stato diverse volte a Mostar ma il primo sguardo, il primo momento in cui gli occhi cadono sul ponte è un turbinio di sensazioni. Senza parole, così come rimasi da bambino per la prima volta in Piazza dei Miracoli a Pisa.
Non era solo un’infrastruttura costruita nel 1566 dall’architetto Hajrudin per volere di Solimano Il Magnifico, il ponte era una delle meraviglie dell’arte ottomana. Oggi, attorno al ponte i grammofoni non raspano più e lo stridere di marce turche è oramai scomparso, le canzoni patriottiche serbe o le arie di operette viennesi hanno lasciato il posto a ottuagenari turisti in bermuda e calzini bianchi. Mi domando se il turismo, e l’apertura all’occidente, riusciranno mai a diventare il collante, in grado di unire quello che, uno degli eventi bellici più assurdi della storia, è riuscito a spezzare.
Pieno di dubbi ed esitazioni, cerco Hara nella folla. Un breve sguardo d’intesa e decidiamo di lasciare il ponte. Per oggi ne abbiamo avuto abbastanza di turisti “tutto incluso Sarajevo-Mostar-Dubrovnik in due giorni pensione completa”. Arriviamo alla base del ponte quando sentiamo alle nostre spalle un coro di stupore, seguito da lunghi applausi. La pleiade di turisti esaltata dall’ennesimo autoctono tuffatosi dal ponte. “Ci siamo persi il tuffo”, mi dice Hara. “Poco importa”, gli rispondo in maniera forse un po’ troppo tagliente, “basta ritornare fra cinquanta euro, per poter assistere al prossimo impavido saltatore, pronto a deliziare le masse con gesta eroiche”.
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