Dicom, dove gli informatici si interessano d’arte (e viceversa)
Il dipartimento di Informatica e Comunicazione dell'Insubria compie cinque anni. Un esperimento unico in Italia, con grandi risultati e prospettive
Esiste un luogo nel quale informatici ed esperti di letteratura parlano la stessa lingua. Un posto nel quale si applica il concetto del link alla storia moderna, dove i contenuti e la struttura nascono insieme. Un ambiente dove si fa innovazione, per la realtà locale e per il mondo. Con un successo tale da creare un caso di ricerca universitaria con alto tasso di autofinanziamento.
Questo è il Dicom, cioè il Dipartimento di Informatica e Comunicazione nato esattamente cinque anni fa all’Università dell’Insubria di Varese. Con due corsi di laurea a ciclo completo, in Informatica e Comunicazione, due relativi dottorati di ricerca e un personale in forte crescita (cinque professori ordinari, quattro amministrativi, undici ricercatori, sette associati), questo singolare dipartimento, che unisce cultura umanistica e scientifica, è un esempio unico in Italia. Tanto unico da stimolare un crescente interesse del settore pubblico e del privato.
In occasione dei suoi primi cinque anni di vita il Dicom ha organizzato un interessante incontro, che si è tenuto il 24 settembre in Villa Toeplitz, per raccontare le eccellenze raggiunte. Ma come è nata questa esperienza e qual’è il bilancio di questi primi cinque anni? Per capirlo abbiamo parlato con il Direttore del Dicom, il Prof. Gaetano Aurelio Lanzarone.
Professore, come è nata l’idea del Dicom, come si è formato? «Informatica era presente in questo Ateneo fin dal 1998, poi due anni dopo nacque Scienze della Comunicazione. Pensammo così di dare un’impronta particolare a entrambi i percorsi, legandoli e creando il Dicom. Non si tratta di un’unione superficiale, la nostra intenzione era, ed è, quella di far lavorare in sinergia questi due rami di ricerca. Questo dipartimento è stato approvato non solo dall’Ateneo, ma anche dal Consiglio Universitario Nazionale. Credo che questo sia stato il primo caso in Italia e ancora l’unico, nel quale queste due aree si ritrovano unite in modo programmatico».
Perché è ormai fondamentale far lavorare insieme le due culture? «Le barriere disciplinari tipiche della cultura accademica italiana sono ormai da superare, non solo per una questione culturale, ma anche perché le figure di cui si ha bisogno oggi nel mondo del lavoro, specialmente nei settori dell’informatica e della comunicazione, non sono confinabili».
In questi cinque anni, oltre a formare molti professionisti, il Dicom ha anche sviluppato molti progetti, che spaziano in tutti i campi, ci vuole raccontare i più significativi? «Il primo, nel 2001, era legato alla mostra sul ritratto lombardo tra ‘500 e ‘700, un evento importante del comune, che ci aveva richiesto un progetto in proposito. Per questo avevamo creato una mostra virtuale, che non solo si limitava a rappresentare gli spazi della mostra, ma costruiva anche itinerari tematici e dinamici. Informatici e storici dell’arte, lavorando insieme, si sono influenzati a vicenda, portando vantaggio agli schemi interpretativi e all’architettura del sistema. In quell’occasione era stato sviluppato anche un motore informatico che poi è stato riutilizzato per altri progetti simili, come l’opera dedicata al Morazzone, che rappresenta l’intera produzione di questo artista».
Quali sono le aree più innovative su cui si concentra oggi la ricerca del Dicom? «Forse l’area di ricerca più trasversale su cui stiamo investendo è il Web 2.0, da intendere non in senso folkloristico ma come una architettura informatica di profondo interesse per le aziende. Certe strutture come le wiki e i blog possono rivelarsi molto efficaci per una rete tra fornitori o clienti, prevediamo un grosso sviluppo di queste tecnologie come strumenti aziendali».
Si è creato un legame significativo con il territorio? «Con gli enti pubblici si è creata una rete di relazioni molto solida, in diversi settori. Ad esempio a Brinzio stanno preparando un museo dei mestieri, un progetto realizzato con le nostre competenze museali e quelle del nostro esperto di Storia della Scienza. Specialmente per quanto riguarda l’ambito informatico anche il legame con il mondo produttivo sta crescendo, abbiamo un forte insieme di collaborazioni, che si concretizzano in convenzioni, commissioni e collaborazioni. Questi legami possono portare anche società con cui abbiamo lavorato a continuare a sostenere, economicamente o con borse di studio, il Dicom».
E con l’estero quale rapporto si è creato? «La ricerca scientifica, per sua natura, non è solo locale ma internazionale. Per questo il radicamento con il territorio significa anche produrre innovazione che ci porti a dialogare con realtà esterne, come accade oggi nei nostri rapporti con Singapore, gli Usa ed altre realtà esterne».
Il suo dipartimento, grazie ai progetti che porta avanti, ha anche un alto tasso di autofinanziamento. Un bel risultato… «Sappiamo in quali condizioni difficili versi oggi la ricerca, per questo siamo molto fortunati ad avere tante commissioni da realtà esterne. Le reinvestiamo sempre nell’immissione di giovani nella ricerca qualificata, instaurando un circolo virtuoso che abbiamo costruito con grandi sforzi in questi cinque anni».
Come può evolvere, in futuro, il rapporto con la ricerca applicata? «Si tratta di qualcosa da trattare con molta delicatezza, ma io nel futuro vedo la possibilità di creare degli spin off da alcune ricerche. Nei prossimi anni da questo dipartimento potrebbero nascere nuove realtà imprenditoriali, che mantenendo dei rapporti con l’Ateneo potranno crescere e perseguire i loro obiettivi».
Qualche difficoltà, però, deve esserci stata… «La difficoltà più grossa, verso la quale forse avremmo dovuto fare di più, è legata alle limitazioni burocratiche, che in fondo riguardano l’intero sistema universitario italiano. Esistono dei vincoli che non sono ammissibili per i nostri settori, per il mondo dinamico nel quale ci vogliamo immergere. Se questi vincoli si allentassero potremmo migliorare sensibilmente».
Un quadro molto bello in una cornice, quella dell’Università italiana, spesso troppo angusta. Il futuro del Dicom è quindi una sfida realmente innovativa, ancora da scoprire.
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