Il confine invisibile
La settima puntata del diario di Michele Cimmino, in Bosnia Erzegovina con il Servizio Volontario Europeo
La città di Mostar non è fatta solo del suo ponte, da cui si dipana il piccolo centro storico di minute strade acciottolate. Basta allontanarsi poche centinaia di metri dal marasma di turisti, per ritrovarsi nella periferia o, se preferite, in un altro centro. Tutto dipende dai punti di vista o dalla nazionalità. La segnaletica stradale non aiuta, le indicazioni per il centro cittadino portano lontano dal ponte, dalle moschee e dai kebab. Sono le vie rette, delimitate da palazzoni grigi e panetterie agli angoli delle strade, a costituire il centro, perlomeno secondo il parere della toponomastica e dei croati. Un centro anonimo, nato dopo l’abbattimento del ponte, senza storia e tradizioni che lo sostengano. Le parole “centro” e “storico” si sono divise, in una città simbolo della storia europea.
Siamo nel centro dell’Erzegovina, estrema propaggine meridionale di quella MittelEuropa, già figlia addomesticata dell’Impero Asburgico. Nel suo “Mondo Ex”, Predrag Matvejević, dissidente ormai distante dalla natia Mostar, parla di questa confusa parte del vecchio continente, come dell’insieme di tutti coloro i quali furono docili sudditi di Vienna. Da Trieste a Mostar, cosa ha accomunato queste genti per secoli –come descrive Matvejević- è stata l’impossibilità di avere, non tanto una patria-stato, ma quantomeno una blanda nazioncina-stato. Le carneficine degli anni novanta hanno finalmente regalato, all’intera penisola, quelle tanto agognate nazioncine-stato. È possibile che i nuovi Balcani non abbiano nessuna delle qualità della vecchia Yugoslavia, ma che mantengano molti dei difetti del vecchio regime contro il quale si erano accanitamente gettati. L’affascinante crogiuolo di religioni, che tanto aveva unito le diverse anime della Yugoslavia durante l’ateo regime socialista, è scomparso. La Bosnia Erzegovina ne è l’emblema con due milioni di musulmani e un’altra metà della popolazione divisa fra cattolici e ortodossi, senza dimenticare la comunità ebraica.
Riunito sotto il simbolo araldico dei gigli d’oro su fondo blu della Dinastia dei Kotromanić, il nuovo stato ha dei cittadini che vivono sullo stesso territorio, senza riuscire ancora a convivere. I confini sono netti sulle cartine geografiche e nelle abitudini della gente, Mostar è forse la conferma più grande. La mia contraddizione preferita rimane tuttavia il cellulare in roaming, spostandosi da una zona all’altra del paese. Ritornando alla città del ponte, le stazioni degli autobus sono due, una nella zona croato-cattolica, e una in quella musulmana; abbandonate ogni speranza di ottenere gli orari degli autobus in transito dall’altro lato del fiume. Lo stesso accade con la rete degli uffici postali, dove è più semplice inviare una cartolina verso l’Italia, piuttosto che avere delle informazioni, su indirizzi o numeri di telefono, della zona opposta. E più non dimandare…avrebbe intimato qualcuno.
La diffidenza e l’astio, il rancore per crudeltà non ancora perdonate e la cervellotica organizzazione trovano la loro sintesi in un determinato luogo della città. Forse sarebbe più opportuno definirlo un non-luogo, il confine invisibile che, nella sua desolazione, riassume le ansie di questo mondo. Sto parlando del lungo viale che, dalla piazza degli scacchi, intitolata ai soldati spagnoli morti durante la guerra, taglia la città in due parti. Lambisce la chiesa cattolica in cemento armato e il suo spropositatamente alto campanile, un tetro parallelepipedo che invano tenta di gareggiare in altezza con le cime dei minareti, per arrivare fino al quartiere di Mahala.
La piazza intitolata ai soldati spagnoli è tacitamente divenuta il luogo di passaggio da una zona all’altra della città. Per questo motivo è stata abbandonata agli anziani, che ancora si ritrovano ogni giorno a giocare a scacchi su una sbiadita scacchiera pitturata in terra. Tutto intorno non ci sono bar o negozi, gli edifici sono ancora quelli degli anni novanta con i loro squarci aperti. L’amministrazione pubblica pare aver dimenticato questa piazza, i giovani l’attraversano distrattamente, solo per andare da un posto a un altro. Nessuno si ferma a guardarla, nessuno riflette su che cosa è stata. In un lato, all’angolo con il breve viale alberato che conduce dall’altro lato della Neretva, c’è un dipinto sul muro. L’intento è quello di rappresentare come, dopo innumerevoli peripezie e labirintici ostacoli, le due anime della città siano state in grado di incontrarsi nuovamente sul ponte ricostruito. In una posizione marginale, mi interrogo su quante persone si siano mai fermate a osservarlo, escludendo i turisti.
Era pieno inverno quando misi piede per la prima volta nella piazza. Questa rappresentava la linea di fronte durante la guerra, il confine fra i bravi e i cattivi. Chi fossero gli uni o gli altri, è una questione che non mi compete. Arrivando a piedi dagli uffici Osce, si percorre un altro viale alberato di una cinquantina di metri, prima di ritrovarsi disorientati nel centro della piazza. Ricordo come il vento gelido e la pioggia mi costringessero a camminare a testa bassa, tenendo con due mani ben saldo l’ombrello davanti a me. Complici le fronde degli alberi, la piazza rimase nascosta alla mia vista fino all’ultimo momento. Non dimenticherò con tanta facilità quella mattina, il mio sguardo muoversi lentamente, dalla punta delle mie scarpe bagnate dalla pioggia, agli scheletri dei palazzi bombardati. Edifici fumanti, che sembravano ancora caldi per la detonazione delle granate. Immobili, erano lì pronti a raccontarmi da soli più di tanti libri di storia. “Mostar siamo noi”, sembravano sussurrare accompagnati dal sibilo del vento.
Sulla destra c’è l’unico grattacielo della città, fu terminato pochi mesi prima dello scoppio delle ostilità. Non fu mai utilizzato, non ricordo se fosse destinato a ospitare la sede di una televisione, un centro commerciale o qualche altra invenzione dell’occidente. Tuttavia, della sua occidentalità, oggi rimangono solo le macerie, insieme a brandelli di nastro bianco e rosso a tener lontano i curiosi. Mostar non è solo il suo bellissimo ponte. Il cielo plumbeo pare lo scenario ideale per questo diverso angolo di città. Un ultimo sguardo al lungo viale semi deserto, che dalla piazza taglia in due la città. Il semaforo diventa verde, con fatica una solitaria Fiat Centoventisei ingrana la prima e lentamente si allontana. Rimango solo nella piazza con gli scheletri dei palazzi.
La community di VareseNews
Loro ne fanno già parte
Ultimi commenti
MACALONE su Rapina e un morto a Lonate, le indagini per trovare i complici del ladro ucciso
Felice su Rapina e un morto a Lonate, le indagini per trovare i complici del ladro ucciso
Bustocco-71 su A Mornago problemi con il medico di base. I cittadini lamentano: "non riusciamo a farci visitare"
Viacolvento su Busto Arsizio, una raccolta di firme per proteggere il quartiere di Beata Giuliana e il suo verde
Felice su Minacciata con un rasoio sul treno: il coraggio di una giovane controllore evita il peggio
Fabio Perrone su Con il gelo dell'inverno Alfa consiglia come proteggere i contatori: “Vecchie coperte e polistirolo per isolarli"






Accedi o registrati per commentare questo articolo.
L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.