Libera la lesbica iraniana che rischiava la vita

Concesso l'asilo alla donna iraniana che, a causa della sua omosessualità, sarebbe andata incontro ad una morte certa in caso di rimpatrio

Buone notizie per i diritti civili: l’Inghilterra ha infatti riconosciuto lo status di rifugiata in attesa di permesso di soggiorno a Pegah Emambakhsh, la donna lesbica iraniana che ha abbandonato il suo paese nel 2005, dopo l’arresto della sua compagna, per sfuggire ad una condanna a morte. La donna si era recata in Inghilterra dove aveva richiesto asilo politico, asilo che le era stato negato il 13 agosto scorso, quando era stata arrestata con l’accusa di immigrazione clandestina. La donna si era dichiarat perseguitata per la sua omosesualità ma il governo chiedeva la prove della sua condizione. Il rischio era per lei un immediato reimpatrio a Teheran, dove l’attendeva una condanna certa ad almeno 100 frustate e, con ogni probabilità, la lapidazione.

Subito la mobilitazione generale e internazionale delle associazioni per la tutela dei diritti umani: centinaia di organizzazioni, migliaia di cittadini da tutto il mondo hanno dichiarato la loro solidarietà alla donna, facendo pressione sul governo britannico per un intervento immediato nella questione. Anche il presidente del parlamento europeo Hans Gert Poettering è intervenuto sulla questione, scrivendo al primo ministro inglese Gordon Brow, chiedendogli di "trattare con urgenza il caso di Pegah Emambakhsh e agire in modo tale che la signora non venga rimandata nel suo Paese d’origine, dove l’attenderebbe la morte certa". L’italia si era dichiarata disposta ad accogliere la donna iraniana, posizione espressa dal ministro delle pari opportunità Barbara Pollastrini.

Oggi, 12 settembre, finalmente la buona notizia, tanto attesa da tutti coloro che seguivano la sorte di Pegah con apprensione. Tra gli altri, Matteo Pegoraro di EveryOne, l’associazione che per prima è intervenuta nel caso: «Ora restiamo in attesa di una risposta chiara da parte del governo britannico sulla sua sorte definitiva. Vigileremo perché non si sa mai cosa può accadere e speriamo che il governo italiano, che si è interessato al suo caso, non abbassi la guardia». «La storia di Pegah è esemplare ma è solo la punta di un iceberg di moltissimi casi simili – conclude Pegoraro -, ugualmente gravi e disperati, che in Europa non devono più restare ignorati».

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Pubblicato il 12 Settembre 2007
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