Un 2008 ricco di pellicole per la rassegna del Miv
Il 3 e 10 gennaio la sala Urano del Multisala Impero di Varese ospita due grandi film di interesse sociale
Un 2008 che si presenta già ricco di iniziative per la rassegna "I fuori programma del giovedì" del Multisala Impero di Varese. La sala Urano, per il mese di gennaio, ha infatti in programma due grandi film per l’inizio del nuovo anno.
Il 3 gennaio ( alle ore 18, 20, 22) sarà infatti proiettato “Viaggio in India” di Mohsen Makhmalbaf. La trama racconta di un uomo e una donna iraniani, in viaggio di nozze, che partono da Teheran, diretti in India. Il loro modo di osservare il subcontinente, corrisponde alla loro formazione: la donna è credente, l’uomo invece si dichiara apertamente ateo e comunista.
La cinecamera di Makhmalbaf segue i due protagonisti viaggiatori o turisti che siano, lungo un irto ma suggestivo percorso di riflessioni sulla follia degli indiani, su come, ad esempio, la loro non-violenza generi violenza, dubbi, litigi personali, incontri con persone straordinarie, tra cui un’enigmatica figura femminile,che confermano il carattere di apologo filosofico del film. Il suo sguardo filmico ha il pudore e il distacco dei migliori reportages di viaggio, mentre il ritmo narrativo è quello di un viaggio iniziatico che si conclude sui gaths della città sacra di Varanasi (Benares), come di rado il cinema di oggi sa essere capace, pena l’emarginazione dai grandi circuiti distributivi.. Dopo “Sesso e filosofia” del 2005, (inedito sugli schermi cinematografici),”Viaggio in India” conferma la tendenza del cinema iraniano,o almeno di uno dei suoi autorevoli esponenti, a porre il proprio sguardo e la propria riflessione oltre il realismo, oltre glistessi confini culturali e sociali del proprio paese.
Il 10 gennaio (alle 18, 20 e 22) sarà invece di scena “Freezone” di Amos Gitai. Una pellicola che racconta di due donne, una giovane americana di origine ebraica e un’israeliana più anziana, che partono da Gerusalemme per raggiungere la Free Zone, una sorta di territorio franco, incuneato fra Giordania, Siria, Libano e Israele. Una delle due donne fugge per dimenticare la fine dell’amore, mentre l’altra deve riscuotere un credito da un’impresa gestita da arabi.
Girato nelle lingue originali e sottotitolato in italiano come si conviene ad opere come questa, in uno stile fenomenologico che richiama la miglior tradizione documentaristica, il film è il ritratto spiato ma profondamente sincero del conflitto arabo-israeliano, narrato però in sottotraccia, nella sua dimensione più quotidiana. L’incontro fra due donne diverse tra loro, lo scontro verbale tra la donna araba incontrata alla fine del viaggio e quella israeliana, esprimono con straordinaria semplicità, il timore e l’impossibilità di accettare l’altro, il diverso. Gitai, tra i più grandi registi di oggi, gira un film tutto al femminile, che in realtà parla di due popoli costantemente in lotta, nella forma di uno scandaglio umano e antropologico, ancor più che politico. Memorabile la sequenza iniziale, con quella camera fissa che mostra il pianto della giovane donna, mentre scorrono le note amare di una filastrocca ebraica.
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