Stretta di mano tra AN e immigrati alla Stazione Nord

Alla manifestazione di An alle Stazioni, tutti d'accordo sul fatto che un immigrato debba lavorare e non delinquere: il difficile è capire come

Una stretta di mano tra il consigliere regionale di AN Luca Ferrazzi e il rappresentante del movimento Ubuntu: è questa la più sorprendente immagine della manifestazione che si è svolta oggi pomeriggio davanti alla stazione di Varese delle Ferrovie Nord.

Una manifestazione della destra – AN e Azione Giovani, per la precisione – che partiva con le peggiori prospettive: si svolgeva infatti a un solo giorno di distanza dal diverbio-aggressione tra due marocchini ubriachi e due attivisti di AG, che ieri volantinavano davanti alla stazione propagandando proprio quest’iniziativa.

Quella che si immaginava come una manifestazione tesa, si è rivelata invece tranquilla, non frequantatissima, e persino un po’ stilè: una 50ina di persone, molti cappotti blu, molti rappresentanti politici noti come Stefano Clerici, Salvatore Giordano, Carmelo Lo Giudice, Piero Palmucci e persino Francesco Lattuada, consigliere di Busto Arsizio, finito qualche mese fa nella bufera dell’indagine sui festini nazisti.
Una gruppo da cui, a parte l’iconografia da presidio – il megafono, le bandiere – sono arrivate solo rassicurazioni: “Quella stretta di mano non dovete considerarla sorprendente: significa che noi non siamo razzisti, siamo per l’integrazione – ha commentato Ferrazzi – noi non siamo contro gli immigrati che lavorano, siamo contro quelli che delinquono”.

Una manifestazione senza tensioni anche grazie al fatto che degli immigrati che stazionano normalmente, del resto, questa sera non ce n’era quasi traccia: per loro c’erano già troppe forze dell’ordine, troppa puzza di bruciato, per stare là intorno. Ma non erano lontano: erano dalla parte opposta della piazza, davanti all’Upim.

Anche loro avevano un’opinione dei fatti. “Noi non sappiamo cos’è successo davvero ieri: eravamo qui, abbiamo visto la polizia, ma non abbiamo capito nulla” premette uno di loro, un gruppo di tunisini in Italia mesi o anni. Lavorano nell’edilizia, per lo più, e nella maggior parte dei casi stazionano lì perchè non gli hanno rinnovato il permesso di soggiorno. “Ma noi un lavoro l’abbiamo, o almeno l’avevamo. E ora non abbiamo più nemmeno il permesso di soggiorno”.
Uno di loro conferma sorprendentemente le ragioni di AN: “Manifestano per la sicurezza. E hanno ragione – Ma subito aggiunge: – La sicurezza tra gli immigrati però la si ottiene in un modo solo: permettendoci di lavorare. Perchè se lavoriamo, non passiamo certo il tempo qui”.

Lamentano i continui cambiamenti delle leggi italiane, il fatto che i permessi di soggiorno saltino anche per solo un breve periodo di disoccupazione. Ma ammettono: “Lo sappiamo che ci sono quelli che fanno casino. Li vediamo. Ma noi siamo qui per lavorare – replica un altro di loro, in Italia da sei anni – E speriamo solo che ci prendano ancora”.

Questa frase la dicono in diversi, con un po’ di invidia per le nuove generazioni di immigrati, rumeni od ucraini: quelli hanno l’aria più europea, ora dai capocantiere vengono scelti prima loro. “E a noi invece ora ci lasciano a casa. E ci raduniamo qui, perchè veniamo da tutta la provincia, e la stazione di Varese è il punto dove tutti noi riusciamo ad arrivare”. Una stazione che è diventata, insieme ai loro gruppi, l’icona del disagio loro e dei varesini: l’immagine che alimenta la domanda su come davvero si faccia sicurezza sociale in un paese che li ha raccolti anni fa per lavorare e ora non sa più che farsene.

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Pubblicato il 06 Marzo 2008
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