Gomorra, il verismo post-atomico di Garrone e Saviano
Il film, che ha vinto il Grand Prix a Cannes, svela al mondo 'o sistema, l'evoluzione affaristica della camorra e il degrado morale e ambientale di una terra un tempo fertile
"Gomorra" di Roberto Saviano è un’opera non facile da tramutare in film. Bisogna partire da questo assunto, o non aver letto il libro, per valutare senza preconcetti la pellicola di Matteo Garrone, uscita in questi giorni e fresca di importanti riconoscimenti (premio della Giuria) al festival di Cannes. Che Gomorra non fosse in partenza "potabile" dal punto di vista cinematografico si intuisce leggendolo, nella sua scansione di capitoli dai temi diversi ecollegati in modo non sempre immediato: non era nato per quella funzione – e Saviano ha "posto rimedio" collaborando di persona alla sceneggiatura. Il libro nasceva come testimonianza, come urgenza di fissare per iscritto fatti documentati ed esperienze vissute. Il pregevole lavoro a Saviano è costato una vita sotto scorta e all’Italia intera un brusco risveglio dal torpore nel quale, dopo il "rinascimento napoletano" di Bassolino, aveva fatto cadere l’argomento camorra. I proiettili che colpivano quasi a caso nella faida tra Scissionisti e camorra delle famiglie non erano bastati a far comprendere il fenomeno; cosa riuscitissima, invece, a Saviano.
Il film di Garrone appare chiaramente su un altro piano rispetto al libro e complementare rispetto ad esso: diverso il mezzo, diverse le chiavi espressive, diverse sensibilità, anche se situazioni e personaggi sono chiaramente rintracciabili. Garrone si mantiene su un piano di verismo a tratti minimalista. Doverosa la scelta della lingua originale, un napoletano degradato che farebbe rivoltare Eduardo nella tomba, formidabili attori naturali i ragazzi portati davanti alla telecamera (e a Cannes…) insieme ai professionisti del palcoscenico – fra i quali spicca Toni Servillo nella parte di un cinico imprenditore dello smaltimento illecito di "monnezza" tossica. La pellicola, che evita in genere lo splatter più evidente ma non risparmia scene crude, trattando di delitti brutali e crimini infami, riprende e segue alcuni personaggi che troviamo nel libro di Saviano.
Pasquale, impareggiabile maestro di sartoria alle prese con un’offerta cui non può dire di no (ma invece di una pistola, gli puntano… dei soldi). Totò, scugnizzo preadolescente della periferia napoletana più degradata, papà in galera, mamma che cerca di proteggerlo prima che faccia la stessa fine: stritolato dal sistema, sarà costretto ad essere sporco dentro molto prima di diventare uomo. Due giovanissimi criminali in erba, Marco e Ciro, decidono di "mettersi in proprio" dando fastidio agli onnipotenti Casalesi. La loro storia, narrata in termini più crudi nel libro, è qui resa con toni così umani – forse fin troppo – da indurre alla più profonda pietà per i due disgraziati. E ancora un altro Ciro, il contabile del clan Di Lauro, "ufficiale pagatore" delle "mesate" ai familiari dei carcerati: si trova in mezzo (fisicamente) ad una guerra che non capisce e che lo terrorizza, lui "onesto" nel suo servizio e per natura non violento. Per salire ancora di livello all’imprenditore della monnezza, Franco, ai suoi contatti con disonesti industriali del Nord pronti a tutto pur di far sparire a costo ridotto i propri liquami tossici, ben sapendo che finiranno a fare da compost in Campania; e Roberto, il suo giovane aiutante, che aprendo gli occhi di colpo in una scena tanto memorabile quanto improbabile nella realtà, ha un soprassalto di dignità e si tira fuori dalla melma, a prezzo della carriera.
Il tutto si svolge in scenari di degrado e desolazione materiale e morale, uno scenario a tratti da era post-atomica, da civiltà crollata, con uno Stato che compare solo come un’assenza o un nemico di volta in volta da evitare o gabbare. L’umanità tratteggiata in Gomorra è da documentario antropologico per quanto appare lontana, ma è vicinissima: spesso "lombrosiana" fin dall’apparire, ha il destino della criminalità scritto in faccia – a livelli diversi, è parte di un Sistema che tutto e tutti ingloba, persino i più miti e laboriosi, sfruttati e ingannati, e chi si crede, a modo suo, "onesto" ma serve i clan. Le cifre parlano di un milione e ottocentomila italiani di fatto legati al carro delle mafie. Di fronte a questa agghiacciante realtà, si capisce perchè Saviano debba vivere sotto scorta. E si capisce quanto dirompente sia la sua testimonianza, che ora la forza del cinema di Garrone porta per immagini in tutto il mondo, perchè tutti sappiano. Resta da sperare, possibilmente capire, se una testimonianza di tale forza possa mettere in moto coscienze ancora vive in quelle terre per ferire ‘o sistema o addirittura buttarlo giù.
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