“Il romanzo è una palestra di esercizio individuale”
"Durante" il nuovo libro di Andrea De Carlo è stato accolto dall’affetto dei tanti lettori varesini. Le donne erano in netta maggioranza
Una presentazione che si trasforma in un reading, un dibattito che finisce per proporre l’autoritratto di uno tra i più interessanti scrittori italiani. Andrea De Carlo, giunto alla libreria Feltrinelli di Varese per il suo ultimo romanzo “Durante” (“l’incontro-clou di questo primo mese di vita”, ha rimarcato sorridente Paolo Soraci, capo ufficio stampa delle librerie Feltrinelli) è stato accolto dall’affetto dei tanti lettori varesini (come sempre, al dibattito le donne erano in netta maggioranza). Molti hanno tra le mani qualche suo vecchio libro vissuto, con pagine traballanti e copertina gialla, altri sfogliano “Durante”, altri ancora sono arrivati con una domanda, una curiosità per questo autore autoesiliatosi da anni nel suo buen retiro sulle colline marchigiane.
«Un romanzo che indaga sulla spiritualità – parte De Carlo -, un protagonista che evoca certi mistici dell’Occidente, capaci di vivere senza nulla, con pochissimi bisogni.» Durante, il cavaliere solitario, che giunge in una piccola comunità e ne sconvolge le consolidate abitudini. Parla e legge brani del suo libro, felice di incontrare chi lo legge. «Si scrivono romanzi per il desiderio di dialogare. Ma è un dialogo a senso unico, non si può ascoltare il proprio lettore. Ci sono scrittori che decidono di non incontrare mai i lettori, come Castaneda o Patrick Süskind. A me, invece, piace ascoltare chi legge». Tanto più che De Carlo è convinto che il dialogo sia una strada preziosa in un’epoca di dichiarate neutralità: «Il romanzo è una delle voci più dichiaratamente soggettive e parziali. Ed esiste un romanzo diverso per ogni suo lettore. Un’esperienza controcorrente in un’epoca in cui la comunicazione pretende di essere neutrale, a partire da Internet e tv, tanto più che viviamo in un Paese dove la tv ha un solo padrone». Il romanzo, insomma, come una “palestra di esercizio individuale”, che crea nuove idee e nuove possibilità di confronto.
Parla di sé, De Carlo, della sua vita, del suo essere scrittore. Racconta dei suoi personaggi nei quali entra tanto di sé, ma anche frammenti di persone incontrate, conosciute, soltanto sfiorate, dl compagno di classe ripetente al clochard che gira per i monti marchigiani. E per lui, scrittore-cult degli anni Ottanta, dal pubblico arriva una domanda sull’amico-nemico di quel decennio, Pier Vittorio Tondelli. Una leggera commozione, poi il ricordo. «Una persona sensibile, forse troppo sensibile. Avevamo progetti comuni, che la sua morte ci ha impedito di realizzare. Sento molto la sua mancanza. Mi piacerebbe sapere come la sua lucida intelligenza avrebbe descritto questa Italia così cambiata. Sarebbe una delle voci più interessanti di oggi».
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