“Le targhe fasciste cassanesi, affronto alla memoria dei caduti”
Nota di un nostro lettore, pronipote di un artigliere classe 1898 reduce delle battaglie dell'Isonzo, che torna sull’episodio delle targhe con i simboli del fascismo
Riceviamo e pubblichiamo la nota esplicativa di un nostro lettore che torna sull’episodio delle targhe con i simboli del fascismo ripresentati dall’amministrazione comunale cassanese al cimitero cittadino per commemorare i caduti della Prima Guerra Mondiale. Una posizione sincera e accorata di chi ha vissuto per interposta persona la vicenda: il nostro lettore è infatti, oltre che laureato e studioso di Storia, pronipote di un artigliere classe 1898 reduce delle battaglie dell’Isonzo
Nelle prime pagine della "Pieve sull’argine" don Primo Mazzolari ricorda l’affetto e la pietà umana con cui, subito dopo la fine della Grande Guerra, centinaia di donne friulane – spesso mogli o madri di altri caduti – si presero cura dei soldati sepolti nei piccoli cimiteri di guerra che costellavano le alture lungo l’Isonzo e sul Carso. A quegli uomini di cui conoscevano solo il nome (non il volto, non la voce) dedicavano le loro preghiere e le loro cure, spinte da un umanesimo contadino estraneo al conflitto ideologico che infiammava le città. Quei cimiterini (lo racconta anche Mazzolari) furono poi spazzati via nei decenni successivi dal fascismo, intenzionato ad usare fino in fondo la memoria dei caduti per rafforzare il regime e preparare alla guerra: nacque il sacrario di Redipuglia, massa marmorea intrisa di retorica e grandiosità imperiale, dove alle croci dei singoli uomini (le si confronti con quelle bianche dei caduti americani, ma anche quelle nere del camposanto militare tedesco alla Futa) si preferì un unica grande scalinata di pietra, con quelle grandi lettere in marmo ("presente!") che trasformano per l’eternità gli uomini in soldati obbedienti.
"I balilla non devono dimenticare mai queste cifre: caduti 680.071; mutilati…": così si chiude il manuale edito nel 1927 dall’Opera Nazionale Balilla. E non è un caso che le uniche pagine ad argomento storico fossero quelle dedicate al conflitto mondiale: la retorica dell’antica Roma imperiale non toccava i cuori, il ricordo di uno zio o di un nonno caduti in guerra pochi anni prima sì.
A fronte di questo uso cinico della memoria dei caduti ben testimoniato dalle fonti e dalla ricerca storica, mi stupisce che nei commenti apparsi su alcuni giornali sulla vicenda cassanese delle targhe fasciste si sia ritornati a proporre l’immagine delle madri che pregano e piangono sulle targhe dedicate ai figli. Per dire che le madri non guardavano all’ideologia fascista, ma pensavano ai loro cari. Bella scoperta, monsieur de
Fu quello l’affronto alla memoria dei caduti, riproposto oggi con le targhe fasciste cassanesi.
R.M., pronipote di un artigliere classe 1898 reduce delle battaglie dell’Isonzo
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