“Quali spese per il sociale? Tra “card” e servizi, gli interventi da ripensare”
L’intervento dell’assessore samaratese Paolo Bossi che invita a riflettere sullo scopo e sul senso delle spese in campo sociale
Riceviamo e pubblichiamo
Le spese per il sociale sono spesso considerate un peso per il bilancio comunale, una quota che grava sulle finanze già contingentate degli enti locali. Poche volte se ne ravvisa l’importanza strategica nel prevenire situazioni di forte disagio, nel mantenere la coesione sociale, nel sostenere famiglie. Osserviamo però un quadro di aumento della fragilità sociale, con una crescita soprattutto di quella zona grigia, di coloro cioè che, a causa di un indebitamento, di un rialzo dei tassi del mutuo, della perdita del lavoro, di una malattia in famiglia si trovano in condizioni di bisogno. Sono i “quasi poveri”, persone di poco al di sopra della soglia di povertà.
Caritas e Fondazione Zancan hanno da poco pubblicato il rapporto annuale “Povertà e esclusione sociale”, che pone l’Italia al penultimo posto in Europa, prima della Grecia, quanto a capacità della spesa sociale nel ridurre l’indigenza. E’ una questione di quantità dei fondi trasferiti, ma soprattutto di qualità degli stessi.
Sono 2 gli errori cui dobbiamo porre rimedio:
– una gestione troppo centralizzata della spesa sociale. Siamo in tanti, in qualità di assessori ai servizi sociali, a lamentare la scarsità dei trasferimenti. Sinora solo l’11% dell’assistenza sociale in termini economici è erogata localmente. Siamo noi operatori e politici nei singoli paesi che conosciamo l’entità e la tipologia dei bisogni e che dovremmo gestire i fondi! Occorrono perciò scelte forti di delega ai Comuni o ai Piani di Zona (insieme di più comuni per programmare gli interventi condivisi e comuni). Lasciateci decidere nei nostri Comuni come gestire i fondi, siamo abituati a lavorare con lo spirito dei padri di famiglia che devono fare quadrare bilanci ingessati, chi meglio è abituato a amministrare con parsimonia e con scelte oculate, senza sprechi o sparpagliamento dei fondi?
– Troppi oboli e pochi servizi. Non è attraverso una politica delle elargizioni che riusciremo a contenere la povertà. Certo, occorre tamponare le situazioni di emergenza ed i contributi con un progetto sottostante servono a questo. Sono però i servizi diretti o sussidiari che permettono di affrontare il problema alle radici. I paesi che investono maggiormente in servizi riescono ad incidere per circa il 50% sul fenomeno della povertà, contro il 4% di riduzione che avviene in Italia. La “social card” è una misura che non cambierà lo stato di vita di molte famiglie, in particolare dove stanno emergendo le ferite scoperte: persone sopra i 45 anni che perdono il lavoro e non riescono a ricollocarsi, anziani parzialmente autosufficienti, famiglie con figli e spese in crescita. Abbiamo il coraggio di intervenire con scelte di servizi che contrastino le situazioni di bisogno, non con 40 euro al mese che devono poi essere “compensate” con tagli al fondo nazionale delle politiche sociali.
Paolo Bossi
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