Lainati: “La Fondazione ha ancora tanto da dare”
Intervista con il presidente della Fondazione Culturale 1860 Gallarate città onlus: "Cambiare ora non ha senso, stimoli e passione ci sono ancora tutti"
Mario Lainati è un apprezzato notaio con studio in pieno centro a Gallarate. Nella città dei due galli però è noto anche per essere il presidente di quella che è diventata col tempo una realtà consolidata, la Fondazione Culturale 1860 Gallarate città onlus. Lainati la considera un po’ come una creatura che ha visto nascere, crescere, svilupparsi, radicarsi e che ora è pronta a spiccare il volo. Ora, a poche settimane dal quinto compleanno (la firma sull’atto costitutivo è datata 16 febbraio 2005), il presidente Lainati traccia un bilancio proiettato nel futuro.
Come ha visto crescere la Fondazione in questi cinque anni di vita?
«Ho osservato un consolidamento costante. La gente ritiene la Fondazione Culturale un fatto, una realtà ormai imprescindibile della vita sociale gallaratese. La medicina è entrata in circolo, i dubbi e le ombre dei primi tempi si sono dissolti. Noto solidarietà e condivisione dei progetti, con la soddisfazione di tutti: mi sembra che anche il sindaco Nicola Mucci possa essere soddisfatto. Ha investito molto ed oggi raccoglie i frutti».
Chi sono gli spettatori che vengono a vedere gli spettacoli al Teatro Condominio Vittorio Gassman e al Teatro del Popolo?
«Col tempo ho notato un cambiamento significativo, un allargamento del nostro bacino d’utenza, rispondente alla variegata offerta che abbiamo messo nei vari cartelloni. Ci sono i bambini che le domeniche popolano gli spettacoli, gli adulti interessati alla musica lirica e alle rappresentazioni di prosa, i giovani ai quali piacciono gli esperimenti e le commedie. C’è un po’ di tutto insomma».
C’è uno spettacolo al quale è legato in modo particolare?
«Ce ne sono tanti, mi mettete in difficoltà. Penso a Ute Lemper, Alessandro Gassman, Claudia Cardinale, Ottavia Piccolo. Tutti momenti magici. Forse quello al quale sono più legato è Erri De Luca: una vera e propria passione che provo a trasmettere a tutti. L’importante è che Gallarate è diventato un palcoscenico prestigioso, dove recitare piace anche a nomi altisonanti. Vedere un premio Oscar a Gallarate qualche anno fa era impensabile, invece adesso è possibile».
Tra le collaborazioni che la Fondazione ha messo in campo, quali sono le più significative?
«Senza dubbio quella col Busto Arsizio Film Festival: mi piace pensare che si possa creare un legame tra territori. Importanti sono anche i continui riconoscimenti della Fondazione Cariplo, che i finanziamenti non li dà certo a caso, ma premia la qualità. Abbiamo poi progetti che uniscono scuola e impresa, che danno opportunità ai nostri giovani, con collaborazioni di prestigio».
Il 1 marzo scade il contratto del direttore generale Adriano Gallina. Pensa che si possa pensare ad un cambio o non è ancora il momento?
«Il rapporto con Gallina è ottimo, si può quasi dire che siamo una sola persona. La sua è una figura indispensabile per la Fondazione Culturale di Gallarate, è difficile trovare una persona che abbia la sua passione, la sua cultura e la sua intelligenza. Siamo complementari. Consolidare un rapporto come questo sarebbe importante: in piedi c’è un progetto coerente, al servizio dei cittadini e della cultura. Se si volessero fare scelte diverse sarei in forte dissenso. Non mi sembra opportuno in un momento nel quale oltretutto Gallina sta già lavorando alla prossima stagione. Chiudere un discorso di lungo periodo che non è affatto terminato è sbagliato. Secondo me prolungare per un altro triennio il rapporto sarebbe la soluzione migliore: poi, dopo otto anni, sia io che Gallina potremmo cambiare per trovare nuovi stimoli. Io ho tirato avanti con decisioni anche forti, soprattutto all’inizio del mio mandato, pur nel rispetto della collegialità: ricominciare da capo, con nuove mentalità e nuove impostazioni, sarebbe difficile anche per me. Il sodalizio con Gallina è forte, insieme abbiamo ancora tanto da dire: il progetto è ancora in essere, romperlo adesso non credo abbia senso».
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