Cari lettori, vi rimandiamo a settembre
Nei vostri commenti, anche agli articoli su scuola, cultura e analfabetismo, non mancano gli errori di grammatica. Volete sapere quali sono i più comuni? Eccoli quà (dai, stiamo scherzando...)
Bocciati in italiano. Non parliamo dei vostri figli, ma di voi cari lettori di Varesenews.
Non prendetevela, vogliamo solo tirarvi un po’ le orecchie perché i vostri commenti agli articoli meriterebbero, a volte, di essere corretti con la matita rossa e blu, come facevano le maestre di un tempo. Se poi i commenti sono agli articoli che parlano di scuola, analfabetismo e ignoranza allora la contraddizione è ancora più stridente.
È vero sbagliano anche i giornalisti e non solo quelli di Varesenews (lo diciamo noi così non dovete farlo voi, e per di più noi infarciamo gli articoli anche di errori di battitura. Il vecchio “correttore di bozze”, salvezza di tutti i giornalisti, non esiste più e la fretta non aiuta a far bene).
Detto questo, e fatto pubblica ammenda, abbiamo deciso di darvi una mano con un piccolo ripasso che non pretende di colmare tutte le lacune, ma solo di divertirci un po’ insieme con la grammatica italiana che certo non è semplice.
Ecco un piccolo elenco degli errori più comuni, dai più semplici a quelli più complessi. Poi non dite che non ve l’abbiamo detto.
Cominciamo da qual è: si scrive così e non con l’apostrofo, qual’è.
Idem po’ nel senso di “un poco”. Molti scrivono “po” oppure “pò”: sbagliato in entrambi i casi (si tratta di elisione e non di troncamento come nel caso di "qual è", quindi ci vuole l’apostrofo). Non si usa l’articolo un’ (con l’apostrofo) davanti a nomi maschili, ma solo davanti a nomi femminili. Continuiamo con gli accenti? Allora: da preposizione non vuole l’accento, dà, voce del verbo dare sì.
Ed eccoci qua (senza accento: ricordate "su qui, quo, qua l’accento non va"?): su si pronome niente accento, sì, contrario di no, lo vuole.
Coraggio resistete, ancora un paio di regolette.
Ci sono nomi e aggettivi in –cia e –gia che perdono la i al plurale (doccia – docce, bilancia – bilance). E sempre a proposito di i malandrine si scrive: sognamo o sogniamo? Sogniamo ma ci sono vocabolari della lingua italiana che ammettono entrambe le formule (rassegnatevi cultori dell’Accademia della Crusca: l’italiano si evolve).
Per oggi basta: chiudiamo con il buon vecchio congiuntivo. Qui hanno ragione i lettori “colti” di Varesenews che sgridano quelli meno preparati: leggete, leggete, leggete. Se non avete imparato bene la “consecutio temporum” c’è poco da fare. Spesso si usa l’indicativo al posto del congiuntivo e questo davvero non è bello: “credo che hai capito”, “non voglio che fai storie” sono frasi che non dovrebbero essere usate neppure al bar figuriamoci scritte nere su bianco. Perché? Perché sono proprio sbagliate (a proposito perché si scrive con l’accento acuto). Alla prossima.
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