“Mi dovevano 320 mila euro, ho ancora oggi problemi con le banche”

Al processo "re di Portogallo" testimonia un altro degli imprenditori che, cercando un appoggio per uscire dalle secche o stringere contatti per affari importanti, sarebbero invece stati raggirati dagli imputati

Riprende il processo a carico degli arrestati dell’operazione The Kingdom, scattata ormai tre anni e mezzo fa. Davanti alla corte presieduta dal giudice Novik giovedì 21 ottobre l’ennesima udienza, sempre presente il pretendente al (teorico) trono portoghese Rosario Poidimani, il personaggio al centro della vicenda. Con lui, che non si è perso un’udienza, sono coimputati Roberto Cavallaro, Ugo Gervasi e Fabrizio Bellora. Ancora una volta in aula si è udito il racconto di un imprenditore coinvolto dal gruppo che ruotava intorno al “principe di Braganza”, alla sua corte vicentina e al suo “consolato” gallaratese. Si trattava di un imprenditore del settore dei macchinari industriali, con azienda in un centro dell’Alto Novarese, l’ingegner F.C., sentito oggi insieme ad altri “colleghi” più o meno coinvolti nel giro della Real Casa. Sempre con lo stesso obiettivo di tirarsi fuori dai problemi o di trovare qualche cliente o affare importante tramite i contatti che il gruppo aveva tutta l’aria di avere, almeno a chi lo vedeva munito di ogni sorta di documento diplomatico, riverito in occasioni pubbliche, apparentemente molto ben referenziato anche con le banche.

Il racconto è apparso quindi analogo ad altri già uditi in aula, distinguendosi forse per qualche aneddoto singolare comparso qua e là: ad esempio, un tentativo di ricoprire un debito con delle reliquie (!). Al centro dell’udienza era la figura del Gervasi, attivissimo e visibile "console" a Gallarate: «ne ha fatte tante, mi ha creato tutta una serie di problemi, tutto per mangiarmi i soldi e basta» si sarebbe sfogato l’imprenditore in un controinterrogatorio della difesa.
F.C. aveva conosciuto Gervasi, che tra le altre referenze avrebe vantato anche la conoscenza di un parlamentare, proprio in veste di "console" nel 2005, e si interessò quando quello gli prospettò la soluzione di certi suoi problemi finanziari. Come la difesa tenacemente portata avanti dall’avvocato Fabbri, dimostrerà documenti alla mano, il Gervasi avrebbe ottenuto anche una procura, sottoscritta dalla legale rappresentante della società dell’ingegner C., sua moglie, per occuparsi dell’azienda. Alla fine, «vantavo circa 320mila euro di crediti verso questi signori» concludeva l’imprenditore. Fra le spese più massicce sostenute, oltre alle prime per procurarsi i documenti diplomatici che la Real casa offriva, quella per l’affiliazione propostagli (ma non impostagli, faceva notare puntigliosa la difesa) all’IIRD, l’istituto diplomatico capitanato dal Cavallaro nella sua qualità di "ministro degli esteri" di "dom Rosario" e della sua corte vicentina. Prezzo: «Circa 187mila euro in 18 assegni dati per la maggior parte al Gervasi, e qualcuno al Resini» (ex direttore della Carige di Gallarate, già uscito dalla vicenda patteggiando la sua pena), di cui 77mila effettivamente incassati. Seguirono proposte di operazioni finanziarie milionarie, fra cui la famosa Bank Guarantee, già citata in precedenti udienze del processo. E giù altri assegni, «anche in bianco». In qualche caso F.C. mostrò anche di saper dire di no: ad esempio quando gli proposero un acquisto fittizio di macchinare per fruire di agevolazioni in base alla legge Sabatini. In ogni caso, «Gervasi e Resini mi rassicuravano», e l’ingegnere esitò a denunciare, anche perchè gli si prospettava la fine di tutta quanto l’operazione. Nel frattempo lo si era "tentato" anche con la ventilata costruzione della sede della Real Casa in Romania, e di un’altra addirittura presso la sua azienda. Ma, morale della favola, F.C. si trovò con 320mila euro in meno: «ho tuttora dei problemi con le banche», e la sua azienda, che tratta di impianti per il riciclaggio della plastica in tutta Europa, di certo non ne ha beneficiato.
La difesa in particolare di Gervasi ha prodotto una serie di documenti, tesa a dimostrare un ruolo meno passivo o ingenuo del testimone, e insistito nel ricordare le responsabilità di altri personaggi già usciti dall’inchiesta patteggiando o con condanne in abbreviato. Fino, di domanda in domanda, a costringere lo stesso pm Gaglio a tornare su alcuni punti da chiarire.

Quella di F.C. non è stata l’unica testimonianza di giornata. Anche un secondo imprenditore, specializzato in rubinetterie speciali e correntista presso la Carige, ebbe a conoscere il Gervasi: «Girava con autista, bodyguard e lampeggiante su un’auto con i contrassegni diplomatici; "banca Carige siamo noi" diceva». Anche questo secondo imprenditore finì per rimetterci dei soldi, invece dell’atteso prestito. Infine, fra i testi ascoltati anche un gioielliere di Gallarate, che dal Gervasi, già suo cliente in un paio di occasioni, ebbe degli assegni postdatati: ma già il primo risultò scoperto.
Si torna in aula il 17 novembre alle 11,30.

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Pubblicato il 22 Ottobre 2010
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