Recalcati e il campionato: “Aspettiamo a dare giudizi”

Alla vigilia dell'inizio della nuova Serie A, l'allenatore della Cimberio si "confessa". Tra passato e futuro, tra nuovi stimoli e vecchie giacche. Tirate dai giocatori seduti in panchina

Tre giorni al campionato di basket, forse mai partito così avanti nella stagione come quest’anno, almeno in tempi recenti. Un campionato che per Varese rappresenta una nuova esperienza a livello socetario e che per l’intero movimento della pallacanestro nostrana appare un banco di prova per il futuro. Sarà più moderno, più equilibrato, con meno problemi rispetto al recente passato? Se la risposta sarà affermativa si può iniziare a dire che il peggio è alle spalle, altrimenti c’è di che essere preoccupati.
Ma come vede questo avvio Carlo Recalcati, tornato a Varese undici anni dopo lo scudetto? Ce lo spiega proprio lui, nel "ventre" del PalaWhirlpool, prima di uno degli ultimi allenamenti della Cimberio che precedono il campionato, seduta iniziata con la gradita visita di un signore del basket locale come Dodo Colombo.

NESSUNO PUO’ GIUDICARE – «Rispondo come Minucci, il presidente di Siena: come sarà questa Serie A ve lo dico tra tre mesi. So che è una forzatura ma vi assicuro che non è pretattica o volontà di prendere tempo: è la realtà dei fatti. Veniamo da un precampionato lunghissimo dove molte squadre hanno cambiato radicalmente assetto e dove tanti hanno avuto problemi di infortunio. Prendiamo Pesaro, prima nostra avversaria: ha giocato diverse amichevoli senza i due lunghi titolari, altre senza la guardia del quintetto: ma è solo un esempio. Come si fa a giudicare la Virtus, giovane e tutta nuova? E noi, che abbiamo cambiato società e aggiunto uno Slay all’ultimo momento? Certo, dal discorso sono in parte esentate le corazzate come Siena e Milano: hanno una panchina lunghissima, possono reggere meglio un’assenza per infortunio e inoltre hanno già un telaio rodato. Così come Cantù, che per una volta ha cambiato poco e gioca già un ottimo basket. Se però già consideriamo Roma, tra infortuni e movimenti di mercato, le cose inziano a cambiare».

IL SEMINATORE – Undici anni dopo i Roosters tricolori, riecco Charlie sulla panchina biancorossa. Affinità con allora? «Nemmeno una, ma è meglio così. Per allenare, alla mia età, servono motivazioni e stimoli nuovi, differenti: se sono qui, con una società profondamente rinnovata, è proprio per questo motivo. Se all’epoca dello scudetto arrivai in un club tra i migliori quattro d’Italia, fu per portare a termine l’opera iniziata dai miei predecessori, sia dal lato tecnico sia dirigenziale. Allora il mio compito fu quello di raccogliere, oggi ho quello di seminare. Ecco, diciamo che se Varese dovesse, tra qualche anno, tornare a vincere lo scudetto, mi piacerebbe che il mio lavoro venga valutato così come nel ’99 si tenne in considerazione quello che aveva fatto Dodo Rusconi prima di me».

DA DWAYNE A RON – Il cambio di assetto obbligato – fuori Collins dentro Slay – è per forza di cose l’argomento del giorno. Recalcati rifiuta (giustamente) la definizione di "fallimento" sulla "operazione-Dwayne". «Fallimento sarebbe stato inserire Collins e scoprire che la squadra non poteva girare in quel modo, qui la questione è diversa. Dwayne è giocatore che ha bisogno di stare bene per fare le cose di cui è capace, visto che non ha la classe di Ron, il quale comunque, anche non al top, può fare canestro. Mi è quasi spiaciuto provare Collins a Masnago contro Sassari: non era pronto, però era anche mio compito capire se poteva darci un contributo. In questo momento non si poteva proseguire, ma resto convinto della bontà della scelta iniziale».

GIACCHE TIRATE – Slay non è noto per essere un chierichetto, né in campo né fuori, ma Charlie ha gli anticorpi pronti per questo tipo di evenienze. «Non ho mai avuto problemi con giocatori caldi. Spesso per esempio mi si ricorda l’esempio di Pozzecco: ben venga un rapporto aperto, in cui si discute, si litiga da posizioni diverse ma così facendo ci si sprona per fare risultato. Gianmarco era ed è uno "vero" e io credo che affrontare le cose in modo diretto sia una qualità positiva. E poi non diamo etichette a Slay: ognuno ha i suoi difetti e la bravura di una squadra è proprio quella di mascherare i problemi dei singoli. Io credo che un gruppo unito, per risultare tale deve prima avere tante individualità differenti con pregi e problemi; poi deve saper accettare i difetti di ciascuno. Infine deve aiutare quando qualcuno è in difficoltà ed esaltare le qualità di ogni componente. In questo modo il risultato ottenuto sarà superiore rispetto alla semplice sommatoria del valore dei singoli. Tutto ciò non si inventa ma deriva dalle esperienze fatte insieme in campo e fuori: stiamo partendo per un percorso, avremo delle arrabbiature ma ci possono aiutare per uscire più forti. E se qualcuno, seduto in panchina, mi tirerà la giacca per entrare, non sarà né il primo né l’ultimo».

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Pubblicato il 14 Ottobre 2010
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