Processo “re di Portogallo”, tra prestanome, banche ed ex indagati

Prosegue l'audizione dei testi

Prosegue l’audizione dei testi delle parti nel processo a carico di "dom" Rosario Poidimani, Roberto Cavallaro, Ugo Gervasi e Fabrizio Bellora per le vicende messe allo scoperto dall’operazione The Kingdom.
Anche oggi sono sfilati in aula, in un’udienza durata meno di un paio d’ore, quattro testi coinvolti a vario titolo nelle attività della "Real casa del Portogallo" che il Poidimani capeggiava in Vicenza, con consolato a Gallarate – da qui la celebrazione del processo a Busto Arsizio, infatti la gran parte degli imprenditori coinvolti operava a cavallo del Ticino, nel Varesotto o nel Novarese. Come sempre, lo scenario era quello di testi, vittime o a vario titolo complici, che per ingenuità e cercando di "allargare il giro" o "trovare opportunità" si erano ritrovate puntualmente indebitate e nei guai.
Al centro di questa come di molte altre udienze sempre il ruolo di Ugo Gervasi come rappresentante locale del "principe di Braganza", e la difesa del Gervasi che ad ogni controinterrogatorio punta il dito contro F.M., altra persona coinvolta nel "giro" – e che peraltro ha già patteggiato la sua pena. Proprio F.M. è comparso oggi in aula: peccato che non dovesse trovarvisi, avendo già reso ampia testimonianza tre anni fa in sede di incidente probatorio (in altre parole, la prova era già stata acquisita in sede preliminare al processo). Non ci si è persi più di venti minuti prima che l’equivoco venisse rilevato e sbrogliato dalla corte presieduta dal giudice Novik rendendo nullo agli effetti processuali quanto fin lì detto dall’ex indagato. La chiamata come teste del F.M. era stato peraltro già sollevata come problema dall’avvocato Inghilleri, difensore del Bellora.

Le altre testimonianze non hanno aggiunto molto a quanto già emerso in altre udienze. Il signor N., è stato interrogato su questioni relative ad assegni e alle società che facevano capo al Gervasi, in una delle quali figurava N. «con un ruolo assolutamente formale. Non sapevo quello che faceva, non mi diceva tutto, solo una parte. Gli serviva una mano per vendere le macchine, al più aiutavo a troare qualche contatto; ma non ho mai compilato o consegnato assegni». Il testimone, all’avvocato Fabbri che  lo controinterrogava, ha riferiti di liti tra il Gervasi e il F.M. «per questioni di soldi».
È stato poi ascoltato G.M., ispettore della banca Carige il cui ex direttore della filiale gallaratese, Roberto Resini, era tra i personaggi coinvolti nella vicenda. Anche Resini, come F.M., aveva a suo tempo patteggiato una condanna. L’ispettore, sentito in relazione a una querela sporta dall’allora legale rappresentante di Carige a fine 2005 contro un Marc D. che non figura tra i processati, ha riferito di come nel marzo dello stesso anno fu mandato a Gallarate per accertamenti in seguito a due denunce presentate da clienti che si dicevano truffati, oltre che a svolgere la regolare ispezione di rito. «Trovai irregolarità piuttosto pesanti» tra cui a posizione del soggetto poi denunciato; fidi in conto corrente e "in castelletto" per svariate decine di migliaia di euri, «quanto a utilizzo, entrambi in stato di supero, ben oltre il massimale». La pratica era istruita sommariamente, «non c’era documentazione a supporto, ma era una cosa generalizzata di un po’ tutte le pratiche dell’ultimo anno». Anche un’altra persona già toccata dall’inchiesta, ma uscitane senza conseguenze penali per non luogo a procedere (oggi in aula, avendone la possibilità, si è avvalsa della facoltà di non rispondere), risultava avere fidi. «In quel verbale di ispezione segnalai 153 posizoni anomale a vario titolo, relative ad altrettanti clienti diversi», persone fisiche e giuridiche. Il danno per la banca, valutato allora, era sul milione e cinquecentomila euro.

Buon ultimo, è comparso davanti alla corte Roberto B., la cui posizione è stata definitivamente sistemata a suo tempo con l’assoluzione per non aver commesso il fatto: si trattava dunque di un teste puro e semplice. L’imprenditore, che dopo un fallimento occorsogli nel 1999 («sono stato dichiarato parte lesa, mi avevano rubato tutto») aveva reimpiantato la sua attività in Romania, era stato avvicinato all’Iird, l’istituto diplomatico presideuta dal "principe" Poidimani, anche perchè parla ben sei lingue. «Mi propose Gervasi un ruolo consolare in Romania, ben venga dicevo, perchè poteva mettermi in contatto con ambienti importanti. Quando dissi che la cosa mi interessava mi chiese circa 5mila euro di tassa d’iscrizione», poi vi fu l’incontro presso "reggia" di Vicenza con dom Rosario e il suo "ministro degli esteri", il Cavallaro. «In seguito per fare il viceconsole mi prospettarono una “donazione”da 185mila euro, dilazionati in circa un anno; ed ero in grado di darli. Ho pagato 15mila euro, dopo i primi due assegni fui fermato». Quanto all’apertura di conti correnti, riferita da uno dei testimoni-chiave, B. ha confermato che non poteva aprirne personalmente causa il precedente fallimento in Italia, e che dunque era Andrea S. in quel periodo il suo autista, ad occuparsene; e che dietro opportuni versamenti, aveva ricevuto dal "consolato" anche il passaporto diplomatico, la paletta da segnalazione, i pass diplomatici e tanto di lampeggiante per l’auto, «usato solo una volta quando c’era la nebbia».

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Pubblicato il 17 Novembre 2010
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