Via Fiume, i vicoli e i cortili dove passa il mondo

Le corti hanno accolto prima la gente che veniva dal Veneto e dal Sud, poi i migranti stranieri. Alcuni spazi sono stati recuperati in modo pregevole, altri sono ormai abbandonati: il cuore antico di Cedrate si salverà?

La nona puntata di "Cento metri di città"

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Nelle corti di Cedrate passa il mondo 4 di 33

La titolare del negozio di abbigliamento a metà di via Fiume a Cedrate, in un giorno di fine estate del 2011, prepara i cartelli "liquido tutto". «Ora ce ne andiamo noi, magari arriveranno i cinesi. Lo vedete, ci sono solo loro». Dice loro e guarda, con simpatia, la ragazza sudamericana sua cliente, sorridente. "Loro" sono gli stranieri in genere: i silenziosi asiatici e i nordafricani che gestiscono la pizzeria d’asporto, gli allegri sudamericani e i pakistani tra gli scaffali del loro minimarket, chini sui loro business. La signora gli italiani li chiama "i nostri", come ci fosse una riga nera tra i nuovi residenti e gli italiani di nascita, venuti spesso anche loro da lontano. «I nostri magari vanno a vivere nelle villette e nelle palazzine che si costruiscono qua intorno, anche se qualche cortile è stato trasformato, hanno fatto appartamenti. Qui comunque ci vivono soprattutto loro, si accontentano delle case e le mettono un po’ a posto». Eppure via Fiume non è certo un ghetto, è ancora il cuore di Cedrate.

I nuovi residenti venuti da mezzo mondo – i cognomi albanesi con la x, gli egiziani – hanno messo anche il loro lavoro per metter su casa, hanno contribuito ancora a far sopravvivere molte (non tutte) le corti: i nuovi affittuari o proprietari, italiani o stranieri che siano, fanno piccoli e grandi lavori. Nelle corti più povere rimangono ancora i portali con le spalle in pietra, quelli che invece scompaiono nei cortili ristrutturati, dove si allargano gli ingressi per rendere più facile il movimento delle automobili e alla pietra si sostituisce il cemento. I vicoli laterali hanno nomi un po’ poetici (cosa vi ricorda Vicolo Oscuro?): pochi anni fa un gruppo di residenti del quartiere, riuniti nell’Associazione "I cedratesi", ha fatto un’intera mostra fotografica sul mondo dei cortili della vecchia Cedrate, ognuno un microcosmo a sé: «Abbiamo riscoperto i nomi che andavano persi, raccolto le fotografie del passato» ricordano Pierantonio, Peppino, Claudio e Valentino. Percorrendo via Fiume sulla sinistra si incontrano la corte della Fortezza (a cui si sale da un vicolo in salita, fino al cortile allungato, ancora pavimentato con i ciottoli) e poi la Curt di Bagatel e quella degli Scandoglio dal Munt, in parte anche recuperate in modo attento. Dietro a queste, altre corti, ognuna con i suoi personaggi storici che man mano svaniscono dalla memoria. Qualcuna è già scomparsa da molto tempo, come la curt di Praderi, rasa al suolo molto tempo fa per lasciare il posto al condominio che svetta solitario davanti alla chiesa di San Giorgio.

Albanesi, egiziani e sudamericani sono gli ultimi arrivati, la più recente ondata di migranti che ha visto passare prima gli albanesi e prima i meridionali e prima ancora i veneti, tutti stipati – in fasi diverse – dentro nei cortili. Lo ricordano anche le cronache dei "Bollettini di San Giorgio", tenuti dal parroco di Cedrate: «Fece capolino per primo qualche individuo isolato, poi vennero numerose famiglie» scrive don Giacomo Castiglioni nel 1957. «Il ritmo aumentò dopo la liberazione del 1945. Si può dire che i veneti hanno conquistato la Lombardia con il biglietto della ferrovia». Arrivarono anche ottantasei profughi provenienti dal Polesine alluvionato (1951) e furono accolti nella Villa Calderara sulla collina, proprio l’edificio che oggi ospita una ventina di profughi fuggiti dalla guerra in Libia. Ma nella grande ruota della povertà, dell’immigrazione e del riscatto, i veneti già nel 1957 erano pronti a lasciare il posto ad altri: «Il tono più elevato della vita, le agevolazioni governative, la mancanza di abitazioni hanno spinto molti a costruirsi la propria casetta» ricorda ancora don Castiglioni. E così solo cinque anni più tardi, nel 1962, al centro dell’attenzione sono già gli emigranti venuti dal Sud Italia, che sono 162 in 50 famiglie, in realtà ancora molti meno dei 355 «emigrati settentrionali» che nel frattempo si stanno spostando nelle loro casette tirate su dove c’erano campi e prati. La descrizione che il parroco fa delle vecchie corti del centro (foto: cortile negli anni Settanta), abbandonate dai proprietari locali e affollate di affittuari, è dura e ricorda i problemi di oggi: «Parecchie famiglie provenienti dal Meridione vivono pigiati, o con promiscuità illecita, in tuguri o vani inaccessibili e pericolanti. L’egoismo degli affitti rende ciechi certi padroni che approfittano della necessità e del bisogno della povera gente per imporre anche affitti esagerati» . Solo in quegli anni – dopo quasi venti dall’inizio dell’emigrazione interna – la politica nazionale e locale iniziava a fare i conti davvero con la questione, con il varo dei piani di edilizia pubblica e la costruzione di migliaia di alloggi, anche a Gallarate. INA Casa, Moriggia, poi via Curtatone, via Monsignor Macchi. Con il lavoro e con la casa tanti trovarono un riscatto. Ma oggi, che le case popolari non si costruiscono più? Nella corte "della fortezza" incontriamo il signor Paolo, che è arrivato dal Veneto nel 1955 e ha abitato qui per diversi anni: «Ormai qui non ci abita più nessuno, solo una famiglia». Ci guardiamo intorno, la corte è quasi completamente abbandonata, svuotata: «Fino a poco tempo fa ci vivevano degli stranieri, ma c’è la crisi, non potevano più pagare e dopo un po’ se ne sono andati».

Intanto, mentre in alcune corti cambiano ancora gli abitanti, altre scompaiono definitivamente: nel 2007-2008 un contestato palazzo di cinque piani ha preso il posto di un pezzo dell’isolato in fondo a via Parrocchiale. È così scomparsa una corte dal nome dolce e poetico, la curt del Gesù Bambin. Oggi lì svetta estraneo il condominio, costruito in mezzo all’isolato, senza alcuna corrispondenza con la pianta degli edifici esistenti in passato. Delle vecchie corti intorno, qui, sono rimasti dei brandelli, come l’edificio d’angolo tra via Parrocchiale e via San Giorgio, di fianco alla chiesa, con le travi orfane del solaio ormai scomparso: «Lì c’era il parrucchiere e sul muro c’è l’affresco di "San Simone Stock che riceve lo scapolare dalla Madonna". Si potrebbe ancora salvare» ricordano quelli dei Cedratesi, riuniti a far parole intorno ad un bicchier di vino, una sera: il loro gruppo ha restaurato anche lo stemma dipinto dei francescani, a metà via, su una delle corti più antiche del nucleo storico (nella foto a sinistra). Qualche cortile è stato recuperato, ma per altri – come la corte della Fortezza di cui dicevamo prima- l’impresa è ardua: «Non so che fine faranno, alcune case andrebbero rifatte da cima a fondo» dicono oggi.
Si può ricostruire sulla forma della corte o anche lì è inevitabile crescano palazzine?
Davvero il mondo antico di via Fiume è destinato a scomparire? Ci sono storie che non hanno mai la parola fine e tra questa c’è quella delle città. Passano gli uomini e migrano da un punto all’altro del mondo, le città restano e si trasformano, tutte. Qui in via Fiume – come in via Pacinotti, forse come in tante altre vie – gli uomini di oggi possono ancora contribuire con il loro verso alla storia che non è finita. Cosa sarà questo pezzo di Gallarate, in futuro?

Redazione VareseNews
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Pubblicato il 01 Marzo 2012
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