Omicidio D’Aleo, parla un imprenditore: “Mi seguivano anche in banca”

Nel processo ad Emanuele Italiano, accusato di aver ucciso Salvatore D'Aleo con Vizzini e Nicastro, parla il titolare di una ditta: "Pensavo che Vizzini volesse proteggermi dalle estorsioni di Salvatore"

Drammatica testimonianza di un imprenditore di Busto Arsizio durante il processo ad Emanuele Italiano accusato dell’omicidio di Salvatore D’Aleo, avvenuto il 2 ottobre del 2008 nei boschi di Vizzola Ticino (qui gli articoli sulle udienze precedenti). A parlare è Oronzo Marangella, imprenditore di Busto vittima delle continue estorsioni di Rosario Vizzini (pentito e già condannato per lo stesso omicidio con rito abbreviato ad 11 anni e 3 mesi). Fu proprio per sfuggire, solo apparentemente, al tentativo di estorsione di Salvatore D’Aleo che Marangella si rivolse a Rosario Vizzini, considerato il vertice della mafia di Busto Arsizio. Davanti alla Corte d’Assise presieduta dal giudice Adet Toni Novik Marangella ga raccontato come è arrivato al cospetto del Vizzini: «D’Aleo mi chiese 50 mila euro ma io respinsi la richiesta dicendo che non avevo soldi – ha spiegato ai giudici – poi mi fu suggerito di rivolgermi a Rosario Vizzini perchè avrebbe potuto risolvere il problema. Io mi ero molto spaventato perchè D’Aleo aveva fatto il nome di Piddu Madonia (il potente boss in carcere da molto tempo ma ancora considerato al vertice del clan omonimo, ndr). Vizzini mi disse che pagando 3000 euro a lui avrei risolto il problema e così feci».

Purtroppo, però, per Marangella i guai erano solo agli inizi in quanto per i successivi 6 anni dovette subire altre richieste di soldi: «Vizzini mi chiedeva soldi per ogni cosa – racconta ancora – un’estate fui costretto a pagargli tre mesi di affitto per la casa di vacanza a Diano Marina a lui e alla compagna. Quando decise di comprare l’auto alla sua donna chiese a me di pagarla e in un’occasione mi chiese 2000 euro per pagargli le spese dell’avvocato dopo che venne arrestato». Al termine della sua deposizione il giudice Novik ha chiesto al Marangella perchè non si fosse mai rivolto alla magistratura o alle forze dell’ordine, invece di sottostare alle continue richieste di danaro: «Io ho una famiglia e temevo per la loro sicurezza – ha detto Marangella con la voce rotta dalla commozione – la notte non riuscivo a chiudere occhio e Vizzini mi seguiva anche in banca».

Quella di Marangella è solo una delle testimonianze che si sono susseguite questa mattina nell’aula Falcone e Borsellino del tribunale bustocco. Anche la moglie di D’Aleo ha raccontato il suo legame con Salvatore, fino all’ultima telefonata fatta proprio dall’auto che lo stava conducendo al luogo dove sarebbe stato ucciso, la sera del 2 ottobre: «Al telefono era serio e agitato – ha raccontato la donna – solitamente scherzava e rideva ma quella volta non è stato così. Forse sapeva che stava correndo un pericolo». Sono stati ascoltati anche i tecnici che hanno lavorato al rinvenimento e alla identificazione del cadavere. Il dottor Giuffrida ha stabilito la quasi totale certezza (99,9%) dell’identificazione del cadavere nella persona di Salvatore D’Aleo, comparando il dna con quello dei genitori, mentre il medico legale Cristina Cattaneo ha confermato la compatibilità della data del 2 ottobre con quella della morte dei resti rinvenuti in quel di Vizzola. La dottoressa ha anche confermato la dinamica della morte, avvenuta in seguito ad un colpo di pistola alla nuca, e ha definito i segni sulle ossa alla base del cranio compatibili con l’incisione di un coltello.

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Pubblicato il 22 Gennaio 2013
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